Crack Lehman/ Su oltre 16 mila creditori si rischia che solo le banche ottengano qualcosa indietro
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Tra le istituzioni finanziarie tricolori si notano il gruppo Intesa Sanpaolo (circa 210 milioni di dollari di crediti), Cassa Depositi e Prestiti (133 milioni), Mps (39 milioni), Abax Bank (gruppo Credem, 29 milioni) e Bpm (oltre 9 milioni). Numeri tutto sommato modesti se paragonati a quelli dei principali creditori: il solo fondo sovrano Abu Dhabi Investment Authority vanta 609,3 milioni di crediti, una cifra non distante da quella che sembra essere l'esposizione complessiva italiana.
Molto peggio è andata al Wilmington Trust Co. che vanta un credito di 48,8 miliardi, e all'associazione bancaria tedesca (Bundesverband Deutscher Banken), che ha presentato un "conto" di 25,7 miliardi, mentr Heron Quays (HQ2) rischia di rimetterci 4,3 miliardi, legati ad affitti e rate di leasing non pagate per gli affitti del gruppo nel quartiere di Canary Wharf a Londra.
Le banche tuttavia una soluzione sembrano poter sperare di ottenerla, anche perché alcune, come le francesi Bnp Paribas (1,3 miliardi di dollari di crediti), Societe Generale (800 milioni) o Dexia (400 milioni) sono già ricorse al tribunale per ottenere un risarcimento.
Meno sicura la restituzione di qualcosa ai singoli risparmiatori o agli oltre 700 tra fondi hedge e compagnie d'investimento che investirono in titoli della fallita banca d'affari. Il G20 a Pittsburg parla in queste ore di nuove regole per il settore bancario e di tetti ai superbonus, ma forse i grandi della Terra farebbero bene a iniziare a rafforzare la tutela del pubblico risparmio proprio partendo dal crack "del secolo". Per evitare che ottengano qualcosa solo le banche, già assistite amorevolmente dai governi e dalle banche centrali di tutto il mondo e ciò nonostante poco propense a investire i fondi ricevuti in nuovi finanziamenti a imprese e famiglie, quanto piuttosto in nuovi investimenti azionari e obbligazionari ad alto rendimento.



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