Bacchettate/ Riesplode lo scandalo dei bonus miliardari ai banchieri: al G20 di Pittsburgh la resa dei conti

Giovedì, 3 settembre 2009 - 13:56:00

Mentre a Wall Street, e non solo, il rimbalzo delle quotazioni dei principali gruppi finanziari porta un nuovo fiume di denaro, tra bonus e stock option, nelle tasche dei supermanager solo fino a pochi mesi fa sulla graticola perché additati dall’opinione pubblica e dal neopresidente Barack Obama come corresponsabili della crisi, la vecchia Europa prova a far quadrato contro gli eccessi della “finanza allegra” (per il solito ristretto giro di potenti).

Il premier britannico Gordon Brown, il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente francese Nicolas Sarkozy, più volte dettisi contrari a tali eccessi, hanno infatti chiesto ufficialmente, attraverso una lettera congiunta al G20 in programma nelle prossime settimane a Pittsburgh, “norme vincolanti” e “sanzioni” per limitare il ricorso ai bonus nel settore finanziario.

Se Sarkò ha tuonato che non si può accettare “che quanti ci hanno fatto precipitare nella crisi più grave dagli anni Trenta siano autorizzati a ricominciare”, la cancelliera Angela Merkel (peraltro rappresentante della cultura protestante, che ha sempre visto il successo negli affari come un segno della benevolenza divina più che un sinonimo di cupidigia o sfruttamento)ha aggiunto che “urta sapere che certe banche continuano ad operare come prima della crisi”.

Può sembrare una questione puramente etica, ma in controluce si intravede uno scontro di potere in atto tra chi sostiene un’economia di mercato che però sia attenta e rispettosa delle richieste provenienti dalla società e chi non intende rinunciare ai benefici che la deriva ultraliberista seguita alle “rivoluzioni” in campo economico varate negli anni Ottanta da Ronald Reagan negli Usa e da Margaret Tatcher in Gran Bretagna hanno finito col portare.

Benefici a tutto vantaggio di un ristretto nucleo di grandi banche operanti a livello mondiale e dei loro vertici, gruppi “too big to fail” che sono stati salvati a suon di centinaia di miliardi di dollari di aiuti, ma che al di là del taglio di qualche testa ormai impresentabile (Jimmy Caine di Bears Stearns, capace di giocare a golf mentre la sua banca falliva, o Maurice “Hank” Greenberg, di AIG, accusato di aver “gonfiato” il valore dei titoli della sua compagnia assicurativa) hanno continuato a fare lo stesso mestiere di prima, con le stesse logiche di prima e gli stessi manager di prima.

Alla faccia della crisi che avrebbe “cambiato per sempre” il volto della finanza mondiale, Goldman Sach a fronte di 10 miliardi di aiuti ha pagato bonus per 4,8 miliardi, Morgan Stanley (altri 10 miliardi di aiuti di stato) ha versato 4,475 miliardi di bonus ai suoi dirigenti, Jp Morgan ha incassato 25 miliardi di aiuti e ne ha distribuiti 8,69 in bonus.

A chi ha provato a chiedere spiegazioni i padroni di Wall Street hanno continuato a raccontare la stessa storia: per assumere e trattenere i migliori occorre pagare. Vero, ma allora perché quando “i migliori” causano alla propria clientela e ai contribuenti tutti danni calcolabili in centinaia di miliardi di dollari nessuno chiede loro di rimborsare anche solo simbolicamente le perdite restituendo una parte dei milioni ricevuti?

E non si creda che il problema riguardi solo gli Stati Uniti: le principali banche britanniche nonostante le decine di miliardi di sterline ricevuti di aiuti hanno versato bonus per 16 miliardi, mentre la francese Bnp Paribas, che in Italia controlla Bnl, a fronte di 5 miliardi di euro di aiuti prevede, nonostante la contrarietà di Sarkò, di pagare bonus per 1 miliardo.

I soldi dei contribuenti, in sostanza, vanno solo in parte a salvare le banche, mentre in parte finiscono direttamente nelle tasche di coloro che hanno avuto un qualche ruolo, non sempre positivo, nel farle finire in crisi. E’ tempo di dire basta e Pittsburgh sarà l’occasione giusta per capire chi ha davvero il coltello dalla parte del manico, al di là della retorica.

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