Bacchettate/ La crisi del credito rischia di far saltare i fragili equilibri tra azionisti grandi e piccoli
Saranno i diritti degli azionisti la prossima vittima della crisi finanziaria in Europa? Se lo chiede non senza polemica l’agenzia Bloomberg, notando come Barclays intenda alzare il capitale “senza dare agli azionisti attuali alcuna prelazione sui nuovi titoli”, come aveva già fatto un mese prima il Credit Suisse, mentre UniCredit “ha prima avanzato una proposta diventata poco appetibile per tutti gli azionisti, poi ha offerto un’operazione migliore ad alcuni, tra cui la banca centrale libica”.
Un simile comportamento sta iniziando a preoccupare gli investitori istituzionali che hanno puntato sul settore e che parlano di un rischio eccessivo legato ad investire in titoli che non avendo avuto una preventiva offerta dei diritti sul mercato rischiano di riservare amare sorprese.
Gli istituti in questione si difendono dalle accuse ricordando che le operazioni sono state regolarmente autorizzate dalle assemblee societarie (peraltro dominate dagli azionisti di maggioranza) e che di questi tempi procedere alla classica emissione di diritti e relativa quotazione in borsa sarebbe una procedura troppo lenta e troppo rischiosa, potendo facilmente portare a nuovi crolli delle quotazioni nel caso di inoptati troppo elevati.
Siamo alle solite, insomma: se in mercati che crescono azionisti di maggioranza e di minoranza, vecchi e nuovi, convivono pacificamente spartendosi gli utili, la prospettiva di dover mettere mano al portafoglio e dover magari contabilizzare nei trimestri successivi delle perdite rende tutti molto prudenti. E rilancia il tema, mai risolto, dei rapporti tra azionisti di maggioranza e di minoranza e di tutela degli interessi legittimi di questi ultimi. Interessi da compenetrare con la tutela dell’interesse pubblico alla salvaguardia del settore creditizio nel suo complesso.
Servirebbe un intervento delle autorità che faccia chiarezza una volta per tutte, evitando che le soluzioni di oggi si rivelino nuovi problemi un domani, ma Banca d’Italia e Consob paiono non avere la forza o l’interesse di procedere nella ridefinizione delle regole del gioco. Che dunque rischia, al di là delle buone intenzioni, di non cambiare.



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