Bacchettate/ L’Argentina ammessa al tavolo coi “grandi”, ma sul G20 londinese pesano molte incognite
Mentre sono già iniziate le schermaglie del G20 più atteso degli ultimi anni, schermaglie sia a livello di leader mondiali sia a livello di contestazioni per le strade della capitale britannica, è difficile non cogliere una serie di contraddizioni nella riunione che nell’intenzione dei padroni di casa dovrebbe suggellare il nuovo patto “tra grandi” in grado di porre le premesse per chiudere una volta per tutte la crisi economico finanziaria che da quasi due anni va diffondendosi dagli Usa al resto del mondo.
La prima e più evidente di queste contraddizioni è che attorno al tavolo siederanno paesi come gli Stati Uniti e la Germania, finora autentiche “locomotive” mondiali ma da qualche tempo (in particolare gli Usa) in serio affanno, tra loro divisi profondamente circa l’opportunità di erogare nuovi aiuti di stato a banche e imprese in crisi. Assieme alle locomotive “storiche” dell’economia mondiale siederanno nuovi protagonisti, a partire dalla Cina fino all’Arabia Saudita, che sembrano non più intenzionati a recitare il ruolo di semplici apportatori di fondi nei momenti di difficoltà dell’Occidente e che anzi hanno già mandato chiari segnali di voler cambiare le regole del gioco prima di mettere, eventualmente, mano al portafoglio.
Cosa ancora più curiosa, al tavolo del G20, destinato secondo molti a subentrare di fatto al G8 come consesso in cui mediare le esigenze delle diverse aree economiche mondiali (essendo l’idea di un G2 limitato a Stati Uniti e Cina molto affascinante quanto a pragmaticità ma anche poco spendibile politicamente), siederanno anche paesi come l’Argentina che nel 2001 col proprio default mise in seria difficoltà centinaia di migliaia di investitori in tutto il mondo (in Italia furono 450 mila i piccoli risparmiatori coinvolti, per una cifra complessiva stimata in 14,5 miliardi di dollari).
L’Argentina in verità ha annunciato nel settembre dello scorso anno di voler rimborsare i 6,7 miliardi di dollari che deve al “club di Parigi”, ossia ai suoi creditori ufficiali (tra cui l’Italia), ma finora nulla si è visto. Così accanto a creditori più o meno acciaccati siederà anche un debitore “volenteroso”, in un gioco delle parti dove ruoli consolidati paiono ormai completamente sovvertiti. Tanto varrebbe prenderne atto e ridefinire regole e ruoli con grande trasparenza e rigore, per evitare nuovi spiacevoli sorprese o, peggio ancora, l’ennesimo nulla di fatto che certamente non sarebbe ben accolto dai mercati.



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