Bacchettate/ Ancora aiuti alle banche, ma gli istituti dovrebbero fare autocritica e rinnovarsi rapidamente
Nonostante qualche timido segnale positivo, come il graduale calo dei tassi sul mercato interbancario, la crisi del credito causata dall’esplosione della bolla dei mutui subprime oltre un anno or sono è lontana dall’essere risolta. Così mentre il focus dei mercati si sposta sempre più dalle conseguenze finanziarie (svalutazioni di asset, perdite trimestrali, rischio fallimento di alcuni operatori) a quelle più in generale economiche (recessione più o meno ampia e severa), continua ogni giorno la sequenza di misure straordinarie con le quali le autorità centrali cercano di curare il grande malato.
Dopo il Canada sono oggi la Nuova Zelandia e la Svezia a limare i tassi ufficiali, mentre già ci si attende che entro fine mese la Federal Reserve dia un nuovo segnale, imitata pochi giorni dopo dalla Banca centrale europea. Ma se il costo del denaro per il sistema bancario cala, anche più rapidamente del calo dei rendimenti sui titoli di stato (cosa che consente alle banche stesse di sfruttare una forbice dei tassi a loro vantaggio, iniziando a lenire così le ferite di questi ultimi trimestri), in molti chiedono che altre misure siano approntate per evitare che la pioggia di liquidità fornita al mercato resti chiusa nei forzieri degli istituti.
Negli Usa ad esempio si va facendo sempre più concreta l’ipotesi di un secondo e più consistente pacchetto di stimoli fiscali da varare col nuovo anno ma da annunciare già prima di Natale, mentre è di queste ore l’ipotesi di un sostegno (fino a 40 miliardi di dollari secondo alcune indiscrezioni) ai proprietari di immobili che a causa della crisi dei mutui non riescono più a pagare le rate e rischiano di vedersi pignorare l’abitazione (il tasso di pignoramento è già sui massimi storici negli Usa da qualche settimana).
La richiesta appare sensata e indirettamente riporta sotto i riflettori un tema, quello della colpa della crisi, finora rimpallato tra singoli istituti troppo attenti al profitto e troppo poco alla solidità patrimoniale, manager esosi, autorità di controllo disattente e stati eccessivamente “liberal” in materia economica. Attribuire meriti e colpe è un processo che richiederà anni e interesserà studiosi e teorici di economia e diritto, quel che pare certo è che troppe banche in questi anni non hanno saputo fare il proprio mestiere, ossia concedere credito a soggetti affidabili ed evitare di darlo a soggetti privi di qualsiasi garanzia.
Dopo il primo shock di alcuni anni or sono in cui il mondo si accorse della fragilità delle regole contabili che non evitarono scandali come Enron o Parmalat, sarà il caso di porre rimedio a questa pecca, tornando a investire in strutture e competenza in grado di affrontare non solo le insidie dell’”alta finanza”, ma più concretamente l’attività creditizia di ogni giorno. Quella che è poi il motore dell’intera economia mondiale.



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