Polvere sotto il tappeto
Aziz tiene sui palmi delle mani, e sono palmi chiari e mani ampie e aperte, il suo computer di ultima generazione.
Lui invece di anni ne ha più di cinquanta e mostra un italiano “carsico”.
Si sommerge e riemerge.
A volte è perfetto, e i verbi e i soggetti appaiono ben disposti, altre volte molto meno.
Aziz è sudanese e sorridente, con la camicia bianca, la tranquillità, i cartoni dove dorme ben tenuti. Ci tiene alle cose, infatti, a prima vista.
Così quel letto, il suo giaciglio, ricavato in un angolo di una delle gallerie del centro di Milano, pare essere ordinato e accompagnato da una certa cura.
C’è pure un foglio, ben visibile, con una frase riportata col pennarello.
Dice: lasciate un’offerta per il caffè del mattino.
I volontari della Croce Rossa (che mi onorano dell’”ospitalità” per qualche ora) lo trattano delicatamente e con schiettezza.
Lo fanno con tutti, a quel modo.
Distribuiscono calze gialle (troppo! si sentono dire), the caldo, cracker, biscotti, coperte.
Portano quel che si può portare in casi come questi.
Un po’ di presenza, semplice, rispettando gli orari, soliti, da non infrangere.
E quando arrivano si capisce che è vero, “sono arrivati”.
I senza fissa dimora, i clochard, i barbun, nel centro di Milano, tra le stradine e le piccole gallerie svuotate nel cuore della città, sono un popolo nel popolo.
Costituiscono una loro demografia.
Dicono storie. Pretendono rispetto.
A volte sono insopportabili, anche solo per gli occhi.
In altri casi molto meno.
Hanno trentasei anni, le unghie laccate e il volto di una ragazza, bella, nata a Quarto Oggiaro, scappata in Toscana e tornata indietro, un giorno.
Hanno bocche senza denti, rughe, pochi capelli rimasti in testa. E l’accento meridionale, di un meridione indecifrabile fatto di chissà quale vagabondare.
Oppure sono poveri da ieri, da oggi, magari da domani. Così si vergognano.
Dicono che non è vero. Che in fondo di gente che sta male ce ne è molta di più, “a bizzeffe, peggio di me”. Aggiungono che seguono i dibattiti politici sulle tv locali, che hanno dormito a Linate, coi vestiti ben tenuti prima e stropicciati dopo, “dopo il divorzio intendo”.
Hanno abiti lerci e sporchi, camicie ordinate, stirate da fare invidia.
Hanno abortito due gemelli. Piangono e parlano da soli. Stanno stravaccati coi cani.
Sono maschi che si amano teneramente e dormono tra i vetri di bottiglia.
Sono femmine, e per questo deboli, tra i deboli. O magari non è così, chissà.
Chi lo può dire.
Soprattutto non lo può immaginare l’”istituzione”.
Tutta, forse, alla sostanza, praticamente nessuno escluso.
Che discute degli ultimi nei convegni e si accapiglia per qualche migliaio di euro quando si dibatte dei bilanci.
Sembrano polvere da cacciare sotto il tappeto, questi uomini, queste donne.
E troppe volte, molti, troppi, hanno lasciato che questo accadesse.
Altro che storie.



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