Cacciamoli tutti
La vicenda PAT-Policlinico tornerà utile al futuro di Milano se da essa si imparerà qualcosa.
Non servono la caccia alle streghe e neppure le minimizzazioni.
La città in quegli elenchi e negli impacci che ad essi hanno fatto seguito, nelle fughe dalle responsabilità, può infatti trovare un’opportunità per cambiare pagina.
La cosa pubblica, ci racconta questo esempio ennesimo della degenerazione ambigua dell’epoca morattiana, è stata gestita poco e male.
In maniera non trasparente.
Si devono rimettere a posto regole, criteri, strategie di fondo. Ciò riguarda gli enti in questione e tante altre articolazioni di ciò che viene amministrato a nome e per conto di “tutti”.
Io partirei da tre strade.
Ve le segnalo.
1) Va fatta un bel po’ di pulizia. In questi anni il centrodestra ha usato le società partecipate come luoghi per generare potere, consolidare consensi, aumentare retribuzioni. Ci vuole un cambio radicale nelle donne e negli uomini. Un cambio radicale gestito da una task-force che affianchi il prossimo sindaco (ovvio: Giuliano Pisapia). E cambiare significare investire su figure che sappiano dimostrare le proprie capacità e che non appartengano ad epoche precedenti della gestione del potere (in questo quadro anche la proposta rilanciata dallo stesso Pisapia della parità di genere nei cda può essere una straordinaria opportunità per Milano).
2) vanno ridefiniti gli obiettivi degli enti e delle partecipate. Dobbiamo chiederci se ha senso che il pubblico investa poco in alcuni settori strategici (a titolo di esempio penso a MilanoRistorazioni che porta nelle tavole dei nostri figli piatti caldi non sempre di qualità) e troppo in altri che francamente potrebbero vedere un nuovo protagonismo dei privati (in questo quadro, giusto per farne un altro di esempio, l’idea dei grossisti dell’Ortomercato di divenire più protagonisti in SOGEMI mi pare assolutamente interessante). O, ancora, per tornare al tema del patrimonio immobiliare, mi chiedo se abbia senso che il pubblico detenga proprietà “sottomercato” in centro che a quel punto non servono a fare “cassa” e nemmeno a svolgere una funzione sociale diretta, quando invece avremmo bisogno di ribaltare ALER e la gestione dell’Edilizia Residenziale Pubblica. Oppure, per finire, mi chiedo come si possa immaginare la totale assenza dell’amministrazione comunale nell’opera oggi urgentissima di messa “in rete”, attraverso l’innovazione tecnologica, della città.
3) vanno rafforzate le opportunità per rendere trasparente la gestione degli enti. Il che vuol dire agevolare l’accesso alla rendicontazione, coinvolgere in alcuni casi gli utenti (e rivedere buona parte dei contratti di servizio) per raccogliere valutazioni di “qualità”, rafforzare i poteri di “controllo” del consiglio comunale evitando qualsiasi cortocircuito generato, ad esempio, dalla presenza dei politici nei CDA.
In altre parole: passata la tormenta dei nomi, degli elenchi e dei boatos giornalistici, fermiamoci a riflettere.
Il bene comune ha conosciuto una malagestione che colpisce gli interessi di tutti. E le aspirine non bastano a sconfiggere i tumori.



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