Pop-filosofia, il dibattito non si ferma
La pop-filosofia è ancora nell'occhio del ciclone. Dopo il botta e risposta tra Simone Regazzoni ed Edoardo Camurri sull'idea che il metodo e l'analisi filosofica possano essere applicati a fenomeni pop (come le serie tv e i videogiochi), il noto filosofo Umberto Curi sceglie Affaritaliani.it per dire la sua.
"Nelle sue origini, e nel suo statuto più proprio, la filosofia è pop-sophia. Anzi: se vuole davvero restare fedele alla sua ispirazione iniziale, e intende valorizzare ciò che peculiarmente la caratterizza, rispetto ad altre attività intellettuali, la filosofia non può essere altro che pop-sophia. La filosofia nasce pop. I primi filosofi erano, in realtà, sophoi, e cioè sapienti, e tali erano considerati dai loro contemporanei e concittadini non già perché coltivassero lo studio di una disciplina particolare, ma perché vivevano nella loro comunità come soggetti impegnati a far prevalere la riflessione razionale, rispetto all'ignoranza, alla superstizione o all'idolatria".
Quindi la filosofia pop è tuttaltro che una novità: "Da questo punto di vista, non soltanto la filosofia delle origini non ha nulla a che fare con una forma istituzionalizzata di conoscenza o con un sapere astratto, rigorosamente regionalizzato, ma coincide piuttosto con un modo di vita. Al centro del nuovo approccio razionale vi sono i due "oggetti" sui quali si concentra l'indagine dei pensatori arcaici: la physis e la polis. La physis è concepita non già come quella "parte" o "settore" della realtà, identificabile con la natura naturalisticamente intesa, ma è piuttosto il tutto dell'ente, e dunque tutto ciò che è, di cui si indaga la genesi, si analizzano le forme, si scruta il dinamismo. Ancora più decisiva la precisazione relativa alla polis. Le vicende esistenziali dei primi filosofi - si pensi a Talete e Pitagora, ad Eraclito ed Empedocle - e più ancora il loro stesso pensiero, restano incomprensibili se sganciate dal modo in cui essi hanno agito nella polis. Poli-tica, per quei sophoi, non è un campo di attività tecnicamente definito, distinto e autonomo, rispetto ad una presunta vita civile pre- o a- politica. Intensivamente politico - perché sempre riferito al contesto della polis - è quel modo di vita, quell'attitudine concreta, secondo la quale il saggio non può che rapportarsi, magari anche in maniera virulentemente polemica, con coloro che assieme a lui formano quella comunità organica che è la polis".
E prosegue: "Alla luce di queste sbrigative considerazioni (che richiederebbero ovviamente ben altro sviluppo), risulta allora evidente che, nella sua forma aurorale, prima ancora di essere "battezzata" col nome che assumerà successivamente, la filosofia nasce e si diffonde non come una forma di sapere tecnicamente definito, ma come un modo di vita, e più specificamente come un modo di stare nella polis, e come una forma di interrogazione di quel "tutto" che si esprime col termine physis".
Ma, si noti bene, secondi Curi questo non significa sminuire la filosofia: "Essa nasce, dunque, davvero come filosofia popolare, non già perché si distingua e si contrapponga rispetto ad un sapere "alto" o più sofisticato, ma perché essa si sviluppa nella relazione vitale con i problemi presenti in una comunità. Ma vi è un secondo aspetto che merita di essere almeno accennato, riguardante quella fase nella quale la filosofia assume la sua peculiare configurazione. Al di là delle molte "definizioni" offerte nei Dialoghi - anzi, proprio riflettendo sul significato di queste definizioni - è possibile rilevare che, soprattutto in Platone, pur assumendo uno statuto in qualche modo "tecnicizzato", la filosofia conserva almeno una fra le caratteristiche fondamentali dell'indagine arcaica. Essa si genera, infatti, e si alimenta di ciò che l'Ateniese chiamava il thauma, vale a dire quella sorta di mysterium tremendum et fascinans, quella condizione emotivo/affettiva in cui lo stupore si congiunge al timore, che resta all'origine del filosofare. In altre parole, anche nel fondamentale passaggio concettuale della riflessione platonica, la filosofia conserva, e per certi aspetti ulteriormente valorizza, il nesso vitale con la physis e la polis che abbiamo individuato nella sua "preistoria" arcaica".
E infine: "Un discorso diverso si dovrebbe fare in riferimento a ciò che accade con e dopo Aristotele, allorchè la filosofia assume la configurazione canonica di una forma di sapere, distinto rispetto ad altre forme di conoscenza (le epistemai), e tuttavia anch'essa provvista di una ben definita struttura paradigmatica e di una propria specifica metodologia. Il consolidamento di questa accezione "disciplinare" della filosofia - maturato non casualmente nel contesto di attività di scuole, come l'Accademia e il Liceo - condurrà gradualmente alla costituzione della filosofia come un sapere altamente formalizzato, in quanto tale spesso remoto rispetto ad ogni declinazione popolare. Il culmine di questo processo può essere individuato nell'epoca contemporanea, dove la filosofia compare come "materia" di insegnamento, o come settore disciplinare, con una spiccata configurazione autoreferenziale. Senza tuttavia dimenticare che, proprio nel cuore del Novecento, a questa variante "accademica" della filosofia, fa riscontro una riscossa della filosofia come rilancio di una ricerca che dalla vita trae alimento e alla vita costantemente ritorna, come radicale interrogazione sul "senso". Una filosofia che recupera, dunque, il suo non potere essere altro che pop-sophia.
Umberto Curi, nato a Verona il 4 settembre 1941, è professore ordinario di Storia della filosofia moderna e contemporanea e professore incaricato di Filosofia della scienza presso la Facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Padova. E' membro del Comitato direttivo della Biennale internazionale di Venezia e dell'International Society of Art and Science. Ha sviluppato la sua ricerca lungo tre direttrici principali. In primo luogo ha analizzato gli aspetti fondamentali dell'epistemologia contemporanea e i rapporti tra filosofia e scienza nel pensiero del '900; in secondo luogo ha delineato una ricostruzione storica del rapporto tra modelli di razionalità e pratiche scientifiche nel pensiero filosofico-scientifico da Platone ad Einstein; in tempi più recenti, l'interesse dell'Autore si è concentrato su alcune tematiche fondamentali del pensiero classico quali il rapporto amore-conoscenza, la relazione tra politica e guerra e il nesso conoscenza-dolore".
IL DIBATTITO PRECEDENTE - Che cosa è successo? Ne La Lettura del Corriere della Sera è comparso un articolo firmato Edoardo Camurri (“Il successo della filosofia pop è un bluff”) che, oggi, ad molti anni di di distanza dalla comparsa delle prime forme di questo fenomeno culturale nel panorama italiano, si scatena contro Simone Regazzoni e più in generale contro l'idea che il metodo e l'analisi filosofica possano essere applicati a fenomeni pop come le serie tv e i videogiochi.
(Due estratti: Simone Regazzoni, in Italia il Pop-filosofo più famoso e autore di libri come Pornosofia (Neri Pozza) e La filosofia di Lost (Ponte alla Grazie), si comporta come l’osservatore di torinesi: [...] i torinesi hanno infatti bocche da neonati che rimangono piccole pur nella massima dilatazione e, quando sono alle prese con i loro agnolotti, le loro finanziere e per l’appunto i loro bolliti, un Pop-filosofo vi potrebbe vedere l’angoscia, tutta esistenziale e spirituale, delle grandi impossibilità. (...) La Pop-filosofia, volendo spiegare filosoficamente i fenomeni della cultura popolare (le serie televisive, la pornografia, i cartoni animati, il calcio, eccetera), finisce infatti con l’assomigliare a quelli che ti vogliono spiegare le barzellette o, peggio ancora, agli attori che finché non ti illustrano il messaggio (sempre impegnato) dei loro film stanno come corrucciati sullo scomodissimo pitale della loro indignazione artistica.)
L'autore de La filosofia di Lost (Ponte alle grazie) e Derrida. Biopolitica e democrazia (il Melangolo) sceglie Affari per rispondere a Camurri e lo fa attraverso la figura dell'Intellettuale Ridens...
Ritratto di Edoardo Camurri come "intellettuale ridens"
In un testo del 1986, Jacques Derrida, mettendo in scena la parodia dell'intellettuale che attacca i filosofi decostruzionisti, scrive: "Sono così perversi da rendere il loro esoterismo popolare e fashionable". Il ritratto derridiano dell'intellettuale indignato di fronte a forme di filosofia non propriamente canoniche è efficace non tanto come caricatura, bensì come ritratto assolutamente fedele dell'intellettuale pronto a gridare allo scandalo, al bluff, alla degenerazione del pensiero, non appena la filosofia osa uscire dal recinto sacro, sempre più simile a una prigione, del saggio accademico.
Contro quello che è stato definito da Edoardo Camurri, sulle pagine del Corriere, il bluff della pop filosofia va in scena qualcosa di simile, ma nella versione "commedia all'italiana". Ecco l'accusa: "La pop-filosofia, volendo spiegare filosoficamente i fenomeni della cultura popolare (le serie televisive, la pornografia, i cartoni animati, il calcio, ecc.) finisce con l'assomigliare a quelli che ti vogliono spiegare le barzellette". Ora, affermare che la pop filosofia è simile alla spiegazione delle barzellette significa rendersi involontariamente protagonista di una famosa storiella comica: quella dell'intellettuale di turno che crede di poter acquisire distinzione trattando le opere della cultura di massa alla stregua di sciocchezze buone, al limite, per un divertimento spensierato.
La cultura di massa? Le serie tv? Una grande barzelletta di cui i pop filosofi non sanno ridere in società! Ecco cosa vuole dirci, con spirito leggero, e pungente ironia, l'ex-inviato di "Mi manda rai tre", novello "intellettuale ridens". Un vero disastro, questi filosofi pop, che non sanno ridere, e prendono sul serio non solo la cultura di massa, ma addirittura i testi di Umberto Eco che, ci assicura l'intellettuale ridens, stava scherzando: "Poi lo scherzo è stato preso sul serio e il rischio è ora di morire di noia". Ed ecco, così, svelato il vero il rischio della pop filosofia: far passare all'intellettuale di turno la voglia di ridere.
Si potrebbe essere tentati di concludere che il vero problema dell'intellettuale ridens sia una scarsa conoscenza della cultura di massa: ha visto vagamente qualche serie tv che lo ha fatto sorridere (a caso: The Wire, Lost, The Walking Dead) e l'ha scambiata, per metonimia, per una barzelletta. Ma sarebbe ingiusto ridurre tutto al fatto che Camurri non conosce la cultura di massa di cui parla: Camurri, nel suo modo leggero, ironico, postmoderno verrebbe da dire, sa essere pop, molto pop, pure troppo. Il vero problema del nostro intellettuale ridens è un altro: egli ignora un panorama culturale internazionale che da qualche decennio ormai analizza, studia, pensa la cultura di massa, i suoi media e le sue opere. Non a caso i festival di Pop filosofia come quello che ogni anno si tiene a Marsiglia, non hanno mai scandalizzato nessuno.
Stanno tutti scherzando come Eco? Dispiace rattristare Camurri ma no, non stanno scherzando; ed è probabile che nemmeno Eco scherzasse quando per primo, in Italia, cominciò a studiare la cultura di massa, scandalizzando intellettuali di varia estrazione. Dispiace rivelare al nostro intellettuale ridens che tutto questo scherzare e barzellettare e via ridendo sia tutto solo nella sua mente.
Quando i Cahiers du cinéma (da non confondere con il più prestigioso TV sorrisi e canzoni), nel 2010, consacrano un numero alle serie tv americane, mettendo in copertina Betty Drapper, una delle protagoniste di Mad Men, non scherzano, e nemmeno sperano di incrementare il fatturato del mese: stanno semplicemente facendo, seriamente, il proprio lavoro intellettuale, analizzando un fenomeno di cultura di massa che incarna una nuova forma di narrazione che non ha nulla da invidiare né alla grande letteratura né al grande cinema.
Per quale ragione la filosofia non dovrebbe occuparsene? Forse perché questo disturba l'intellettuale che spera di vivere di rendita con i quattro classici letti al liceo senza dover aggiornare le proprie letture?
Quando la Presses Universitaires de France nel 2005 pubblica un Dizionario della pornografia di seicento pagine al quale collaborano diversi filosofi non sta scherzando. Lo stesso vale per il compianto Franco Volpi quando scrisse a proposito del porno: "Sarebbe auspicabile, se non altro per la sua diffusione e per la sua rilevanza sociale, analizzarlo seriamente da un punto di vista filosofico. Insomma i tempi sono maturi per una vera e propria pornosofia. E come Socrate incalzava con le sue domande il pornografo Parrasio, perché i filosofi contemporanei non fanno altrettanto?". Già perché? Perché nella commedia intellettuale all'italiana si correrebbe il rischio di essere accusati di fare seriamente il proprio lavoro.
SIMONE REGAZZONI insegna Estetica presso l’università di Pavia. E’ autore, tra gli altri, dei volumi tradotti in diverse lingue: La filosofia del dr. House (co-autore), Ponte alle Grazie, 2007; Harry Potter e la filosofia, il melangolo, 2008; La filosofia di Lost, Ponte alle Grazie, 2009; Pornosofia, Ponte alle Grazie, 2010.


Take away, vince l'italianità
Ed ecco le pizze inter-culturali
In quanto a pizza, la margherita si contende il podio con la pizza col salamino e la pizza con i funghi, seguono la pizza siciliana e la romana. Le più originali? Sono le pizze inter-culturali: pizza kebab, pizza shawarma e pizza Hawaii. La ricerca
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