Per salvare i Democratici? Ci vorrebbe Paolo Bonolis

Sabato, 21 febbraio 2009 - 15:20:00


Il commento 1/ Autoreggente per il Pd perdente Di Giuseppe Morello

Il commento 2/ Pd delle occasioni mancate Di Aldo Turinetto

Il commento 3/ Ma non è la fine del Pd Di Marco Volpati

Il commento 4/ Il Pd a rischio anoressia Di Aldo Turinetto

Il commento 5/
Uno schiaffo ai 'cacicchi'. Onore al coraggioso Walter

E alla fine la favola del Walter Veltroni, principe predestinato e incoronato al trono del Partito Democratico, si è conclusa con un addio mesto e lievemente inacidito. Un addio alla Berlusconi. Un saluto in cui il 90% delle responsabilità (se non di più) della crisi del Pd sono tutte dei tanti, troppi, nemici interni e non degli errori possibili del manovratore o dei suoi collaboratori. Simile a Berlusconi questo addio perché suonava come il j'accuse con cui commentava i problemi del suo governo nel 2005 l'allora (e l'odierno) presidente del Consiglio. Lui ce l'aveva con l'Udc e con Follini. Veltroni se l'è presa con il suo avversario storico con i baffi e con i tanti che sono nati in questi mesi successivi alle elezioni politiche. Insomma la sensazione finale è stata quella che dava una vecchia gag di Giobbe Covatta in cui imitava un parlamentare leghista al grido di "non siamo noi che siamo razzisti ma siete voi che siete negri". Il risultato netto è che i modi e i tempi della scelta "coup de theatre" di SuperWalter hanno ottenuto esattamente quello che sembravano volere: l'implosione del Pd. E lo hanno fatto manifestando anche nel finale da tragedia greca tutti i limiti che il Partito Democratico nella sua edizione veltroniana (e del suo gruppo dirigente) ha palesato almeno da gennaio 2008.

Veltroni lascia il suo scomodissimo posto, traducendo i problemi del Pd in una questione sostanzialmente personale di lotte per il potere e di centimetri di poltrona e di partito che gli venivano limati quotidianamente da mesi. Una cosa tanto vera quanto vero è il fatto che a furia di fare da sempre delle questioni personali il centro della vita del Pd Veltroni stesso, in buona



compagnia di tutti, hanno evitato di risolvere i problemi di contenuto reali del Pd. Quei problemi che, una volta risolti, avrebbero potuto rilanciarlo come alternativa reale e non solo immaginifica al Pdl. E invece il finale di Veltroni rispecchia in questo senso l'errore iniziale. L'errore fondativo di un partito che ha scelto prima un leader di un progetto e che adesso di nuovo sembra orientato a risolvere prima il problema del leader che quello dei contenuti che garantiscano a chiunque lo guidi almeno la rotta di partenza. Come se il gruppo "dirigente" del partito non avesse ancora capito che, guarda caso, il problema non era prima quello di sostituire un leader, Prodi, con un altro, Veltroni. Come non è oggi quello di rimpiazzare il più velocemente possibile Veltroni con il suo vice oppure con il suo competitor da sempre (Bersani) o con qualcun altro tirato fuori dal cilindro. E ancora meno il problema è il presunto rinnovamento generazionale, visto e considerato che i tanti giovani che già hanno contribuito al primo anno e mezzo di vita del Pd di certo non si sono preoccupati di risolverne i problemi di identità.

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