Mumble Mumble/ "Lucille", l'anoressia raccontata in un fumetto da Ludovic Debeurme
C'è la psicoanalisi...
"La psicoanalisi propone altre cose, non ha un'idea preconcetta di quello che è bene per il paziente, non è lì per ortare delle soluzioni, ma piuttosto per accompagnare l'analizzato ad intervenire e scoprire lui stesso le sue argomentazioni e superarle. La psicoanalisi richiede del tempo in quanto la psicologia umana è complessa. I grandi cambiamenti non si fanno in due giorni né in due mesi. E questo, questo non è 'efficace', questo non è neanche telegenico. Immaginate un'anoressica che deve seguire per più anni un programma televisivo per veder avanzare poco a poco la sua malattia. Non molto realizzabile. In compenso, le terapie comportamentali hanno un effetto spettacolare che è ben visibile. Il problema è che sul lungo termine questi mezzi sono spesso inefficaci, il soggetto è recidivo, e a volte drammaticamente, si tuffa nella malattia. E' pericoloso 'trasferire' i disturbi, i sintomi".
Quindi ha deciso di farne un libro.
"Volevo con un libro lungo prendere tempo per scoprire i personaggi, non giudicarli, giusto accompagnarli. All'inizio non sono molto simpatici, ma man mano, ho appreso a comprenderli e ad amarli io stesso. E' questa empatia che m'interessa, non un effetto di voyerismo che metterebbe una distanza dalla loro storia. Non voglio scrivere un libello sull'anoressia tramite questo libro. E' la storia sopratutto di un'adolescente. E questa ragazza ha questa malattia. Non è il soggetto principale del libro. Ho voluto andare più lontano ed assicurarmi che quello che raccontavo intuitivamente poteva iscriversi nell'esperienza di altre malattie. Inoltre per conoscere meglio i disturbi di carattere alimentare, ho incontrato degli psicoanalisti e degli psichiatri specializzati in queste malattie. Non per apprendere di più sulla teoria, ma perchè mi raccontassero a loro volta le storie dei loro pazienti. Allo stesso modo ho letto dei blog e dei forum dove gli anoressici e le loro stesse madri si esprimono. E ci sono delle testimonianze che mi hanno sconvolto. Ho potuto scambiare opinioni con altre giovani ragazze che soffrono di questi disturbi. Mi sono reso conto che Lucille non era un'anoressica tipo, che non c'era un’anoressia 'tipo', che ogni persona ha la sua storia e che la sua malattia racconta da sé una propria storia".
A chi è diretta questa storia: ai genitori che stentano a capire i propri figli adolescenti, o ai ragazzi che vedono riflesse in Lucille le loro stesse paure? 
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"Non posso rispondere a questa domanda nel senso che non mi rivolgo a qualcuno in particolare quando scrivo. Questa nozione di presenza-assenza è appropriato ai fumetti : si sa che saremo letti e pensiamo naturalmente attraverso delle nozioni di narrazioni, di comprensione, a questa idea, ed allo stesso tempo dobbiamo affrancarci di questo lettore potenziale al fine d'essere più liberi possibile, il più giusto. Dopo che Lucille è apparsa in Francia, ho regolarmente ricevuto delle mail e delle lettere, delle testimonianze molto differenti tra loro. Di ragazze anoressiche e non, di madri di famiglia, di gente molto differente, che rendevano conto delle loro emozioni. E' sicuramente la riconoscenza la cosa più commovente per un autore".
Pensa che il fumetto possa essere un buono strumento per trasmettere messaggi di amore e di speranza agli adulti di domani?
"Lo spero... E' un mezzo contemporaneamente letterale e popolare. Noi siamo nei due campi: accessibili nelle librerie e non nascosti nelle gallerie d'élite e capaci di trasmettere messaggi che invitano a riflettere".
Quali sono stati i suoi maestri nel mondo del fumetto?
"Per esempio Robert Crumb, Will Eisner, ma anche degli artisti del cinema, degli scrittori, dei filosofi. Per citere qualche nome Luis Bunuel, Samuel Beckett, Jacques Lacan".
Quali dei suoi colleghi italiani trova più interessanti?
"I primi che mi vengono in mente, ma ce ne sono anche altri, sono Giacomo Nanni, Gabriella Giandelli, Andrea Bruno..."
C'è un futuro del fumetto nell'epoca del digitale e del virtuale?
"Per il momento la carta è il miglior mezzo per leggere e per guardare i fumetti, se arrivasse un altro supporto... perché no? Ma ad ogni modo la sequenza narrativa e l'elissi interattiva che propone il fumetto è unica e singolare. Il cinema propone alto genere. Non si tratta né dell'uno né dell'altro. Il fumetto può dire cose senza parole con molta intensità, per esempio. Offre una temporalità nel tempo di lettura che gli appartiene e ne costituisce la ricchezza. Quando faccio fumetti non è per mancanza di mezzi, perché credo che questo sia il miglior mezzo per dire ciò che ho da dire in questo momento. A volte dipingo/disegno o scrivo dei testi o faccio anche della musica! Il senso e la forma sono intimamente legati. Mi hanno proposto, più volte, di realizzare film, sia adattamenti di libri esistenti sia di lavorare con commediografi. Ma per ora non ho ancora la storia che mi porterebbe ad usare un altro mezzo".



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