Mumble Mumble/ "Lucille", l'anoressia raccontata in un fumetto da Ludovic Debeurme
di Francesca Sassoli
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"Mumble Mumble" ha raggiunto Ludovic Debeurme a Parigi.
Com'è nata l'idea di Lucille? 
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"Da un'incontro. All'epoca ero all'inizio di una storia d'amore con una ragazza che era appena uscita dall'anoressia. Era ancora molto segnata da questa malattia e sicuramente questo ha avuto un impatto sulla nostra relazione. Scrivere questa storia, è stato innanzitutto comprendere lei, tentare ad di avvicinarmi a questa problematica. Ho sofferto anch'io di problemi alimentari nell'infanzia. Anche se non si trattava di anoressia nel senso clinico della parola, penso che scrivere su questo soggetto sia stato da una parte un mezzo per affrontare questa problematica personale e anche di uscire dal mio territorio e creare il legame con la storia di qualcun altro. Quando ho iniziato la storia non sapevo precisamente chi fosse Lucille, né che avrebbe avuto questi problemi di anoressia. Ho scoperto il personaggio man mano, così come quello di Arthur".
Mi può fare una sorta di identikit della protagonista della sua storia? Può parlarmi della trama?
"Questo libro parla dell'adolescenza, della mutazione, più precisamente dello stato di transizione caratteristico di ogni persona che nella vita, in un momento particolare, si trova su un cammino equidistante da due punti opposti. Questo stato è quello nel quale s'immerge l'artista, che per rinascere ad ogni lavoro deve seppellire quello che l’ha preceduto. L'adolescenza è una sorta d'icona, l'emblema di questo atteggiamento di morte-rinascita. Lucille, un’adolescente, rappresenta questo simbolo. Si scopre che soffre di anoressia e allo stesso tempo lei stessa scopre i suoi disturbi. Il suo incontro con Arthur, lui stesso impigliato in una forma di violenza, figlio di un pescatore alcolizzato, sconvolgerà la sua vita ed offrirà un'alternativa ai due personaggi. Una storia d'amore che inizia con un viaggio bello e drammatico in Toscana".
In Italia si sta parlando molto del problema anoressia, com'è la situazione in Francia?
"Si tratta di una malattia molto mediatizzata, sfortunatamente troppo sovente da una sorta di voyeurismo malsano, che consiste com'è spesso il caso della televisione, non per comprendere e accompagnare questa malattia, ma a renderla esteriore e telegenica. Si parla (quando si abborda l'idea della terapia, cosa rara) troppo spesso delle stesse 'soluzioni' che sono le terapie comportamentali, che funzionano bene con questo spirito di efficacia attuale e televisiva. Penso che la pratica delle terapie comportamentali porti a conformarsi a quello che ci si aspetta dalla stessa. Un modo di adattarla alla società. Il problema è che, se la società è lei stessa malata, ci sono poche speranze di poter aiutare il paziente uniformandolo di più al malessere ambientale".



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