Usa e Nato a rischio sconfitta in Afghanistan
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Un ritiro che, a peggiorare le cose, dovrebbe avere come naturale premessa la drammatica decisione politica di abbandonare il lontano Paese asiatico, con conseguenze intuibili nello scacchiere e in altre parti del mondo. Fra le pubbliche grida di allarme per il peggiorare della situazione militare - mentre sul fronte politico le elezioni presidenziali, pur fra problemi e violenze, si sono potute svolgere - figurano in primo piano analisi giornalistiche come la più recente del settimanale inglese Economist (22.8.2009) che scrive di una “crescente minaccia di fallimento”.
La rivista avverte che l’Occidente ha bisogno di più forze sul terreno e una migliore strategia in Afghanistan dal momento che il Paese sta scivolando fuori controllo. Fermare questa deriva, testimoniata quasi ogni giorno da attacchi ai contingenti Isaf (a comando Nato) e americani, che pure contano insieme oltre 100.000 effettivi, è di vitale importanza. 
Il problema si pone per i governi di tutti i Paesi direttamente impegnati, ma investe in primo luogo il presidente che si è battuto in campagna elettorale per il ritiro delle forze Usa a tappe dall’Iraq (la “guerra per scelta”) e l’aumento invece dell’impegno militare in Afghanistan (la “guerra per necessità”) allo scopo di impedire che - ha ripetuto - da quel Paese con la complicità dei risorti talebani riprendano gli attacchi di Al-Qaeda sul territorio Usa alla maniera dell’11 settembre.
L’Economist osserva che le truppe americane in realtà non stanno combattendo i terroristi di Bin Laden in Afghanistan perché questi si sono rifugiati nel confinante Pakistan. La motivazione politica effettiva dell’impegno è di quelle che meno si prestano al richiamo alla difesa indiretta degli americani in casa loro. E cioè che davvero si tratta di impedire il collasso del Paese nel caos con il rischio di destabilizzare lo stesso Pakistan, nazione dotata di armamento nucleare.
Quanto all’aumento delle forze americane in Afghanistan, corre già voce che il comandante in capo, generale Stanley McChrystal, si appresti a chiedere a Washington altri 45.000 effettivi per attuare una nuova e più efficace strategia. Sino ad ora Obama gode del “beneficio del dubbio”, nota l’Economist, riguardo alla guerra in Afghanistan. Anche perché l’opinione pubblica americana è distratta dalla politica interna (vedi la riforma della Sanità) ma un aumento dei caduti e il crescente nervosismo del Congresso potrebbero mettere in difficoltà il presidente.
Va da sé che la discussione sull’entità delle forze internazionali in Afghanistan coinvolge anche la Nato e i governi dell’Alleanza, il cui contributo alla missione (Italia compresa) resta in ogni senso di rilevante importanza a giudizio degli esperti. La partita comunque non è ancora persa, ma bisogna decidere insieme al più presto.



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