Ue/ Il manuale Cencelli sbarca a Bruxelles
Se l'Europa comunitaria intende davvero contare in un quadro mondiale segnato da crisi senza fine e singole mosse spregiudicate - vedasi il nuovo "paso doble" Usa/Cina - deve avere il coraggio di varare almeno le riforme funzionali previste dal trattato di Lisbona del 13 dicembre 2007. Sbloccata finalmente la sua ratifica il 3 novembre 2009, con il sì del presidente ceco Vaclav Klaus, i leader dovranno dar corpo alla nomina - entro venerdì 20 novembre, si spera - di chi incarnerà due nuove e importanti figure istituzionali della UE.
E cioè il presidente del Consiglio europeo (il summit dei 27 capi nazionali), personalità eletta per un mandato di due anni e mezzo; nonché la nuova figura di alto rappresentante dell'Unione per la politica estera e di sicurezza. Semplificando: un presidente o "chairman" permanente delle riunioni comunitarie, anziché a rotazione ogni sei mesi come prima di Lisbona; e un rappresentante agli Esteri in carica fino a cinque anni.
Questa seconda posizione fa più effetto della prima, che ha compiti anche soltanto protocollari, perché mira visibilmente a rafforzare il peso dell'azione esterna della UE conferendole anche una necessaria dose di coerenza, ovviamente concordata tra gli Stati membri (l'Unione, ricordiamolo, non è uno Stato federale). Si tratta in ogni caso di due figure destinate entrambe, se sostenute dalla volontà dei governi e delle forze politiche, a rendere l'Unione un aspirante protagonista più agguerrito e perciò più "assertive" nell'arena internazionale.
Ma per raggiungere gli obbiettivi della riforma introdotta dal trattato è indispensabile che le nomine non siano ispirate sostanzialmente a criteri, per usare un termine a noi ben noto, di "lottizzazione" politica e partitica. Ecco perché, nel giudizio di molti osservatori, alla scelta dei nomi e delle personalità deve corrispondere la chiara volontà di lanciare un segnale all'esterno riguardo alla "policy" che l'Unione intende perseguire. Per questa semplice ragione, la prestigiosa candidatura dell'ex-premier britannico Tony Blair alla carica di presidente significa (o significava, ammesso che sia naufragata) che Bruxelles - come scrive l'Economist (7.11.2009) - vuole "un portavoce con diretto accesso ai leader mondiali".
A svantaggio di Blair, tuttavia, si sono mosse correnti politiche così diverse come settori "eurosocialisti" spagnoli, portoghesi, austriaci nonché parlamentari europei del Pse ed esponenti dei conservatori britannici. E lungo l'asse Parigi-Berlino si è fatto capire che per il ruolo di presidente del Consiglio comunitario è preferibile un politico proveniente da un Paese piccolo, pensando all'Olanda, il Lussemburgo o al Belgio. Un altro modo per dire no all'ipotesi Blair, sostenuta invece lealmente dal premier laburista Gordon Brown.
In questa cornice è avanzata, per l'incarico di rappresentante agli Esteri, la candidatura di Massimo D'Alema definito dal settimanale "un astuto ex-comunista che è stato ministro degli Esteri di successo". Ma anche lui non manca di ambienti politici ostili alla sua nomina, interni o esterni (Israele) alla UE. Vedremo. A Bruxelles, in definitiva, la partita è tutt'altro che chiusa.



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