Russia 2012: Putin di nuovo presidente, ma "quale" Putin?

L'altalena del singolare tandem Putin-Medvedev ai vertici del potere postsovietico in Russia riprenderà a muoversi in tempi vicini. Con l'avvicendamento, ancora una volta, di Vladimir Putin - da lui stesso ecco una sorta di cauto annuncio, pochi giorni fa, sotto forma di modesto "rimpasto" della leadership politica - alla guida della Presidenza. Il che accadrebbe dopo quattro anni di governo nella parte di premier, incarico che da Putin tornerà al riformista modernizzatore Dimitri Medvedev destinato quindi a guidare "Russia Unita", il partito politico dominante nella Duma, il Parlamento.
I nuovi equilibri ufficiali nel tandem sono però in buona misura legati agli esiti delle elezioni parlamentari il prossimo dicembre e di quelle presidenziali nel 2012. Secondo una ampia analisi di Michael Schwirtz e di Ellen Barry sull'International Herald Tribune (28.9.2011) lo scenario indicato o immaginato da Putin, a 58 anni ancora l'uomo forte del Cremlino, poggerebbe sui risultati elettorali per garantire al presidente, che pare sicuro di vincere, addirittura di rimanere al potere per i prossimi 12 anni.
In realtà, il giornale americano che vanta lo status di "global edition of the New York Times", non esita a porre - di fronte a ipotesi elettorali troppo sbilanciate - il problema di "quale Putin" possa oggi vincere e governare per un periodo così lungo il suo Paese garantendosi un vasto consenso. La domanda tocca da vicino delicati aspetti della personalità di un politico che ha cambiato posizioni e giudizi a più riprese dal 1999 quando, dopo una carriera all'ombra dei Servizi segreti sovietici, fu designato per succedere a Boris N. Yeltsin nell'incarico di presidente della Federazione russa.
Ne esce il ritratto di un personaggio non mediocre ma contradditorio, che accetta o subisce una visione post-sovietica della Russia e tuttavia resta legato a moduli autoritari e verticisti di governo, all'insegna della ostilità nei confronti di misure o riforme che possano in qualche modo ridurre i poteri del Cremlino. Per esempio, il varo di un sistema giudiziario indipendente. Un interrogativo molto più grande, scrive Ellen Barry, riguarda la sua capacità di "tollerare il pluralismo", il che durante il primo mandato presidenziale meritò una diffusa risposta negativa (per esempio, Putin si assicurò il controllo di stazioni televisive che criticavano la sua politica, oppure abolì l'elezione diretta dei governatori e dei senatori).
Il pluripresidente della Federazione russa, secondo gli osservatori politici americani, è rimasto personalmente convinto (una semplice questione di temperamento?) che l'autoritarismo e le riforme marcino con lo stesso passo, tenuto conto che il primo è condizione per realizzare le seconde. Questo escamotage verbale (e pratico) gli consente di riproporre, in sostanza, il "capitalismo di Stato", dove ha la sua parte di influenza il forte nazionalismo strisciante che tanto pervade la società russa, anche dopo il crollo del modello sovietico. E Vladimir Putin, non dimentichiamolo, è un nazionalista di fatto Stato-dipendente. Medvedev invece è tendenzialmente un moderato pragmatico. Vedremo dunque che ruolo dominante nel tandem prevarrà l'anno prossimo per via del nuovo giro di giostra politica al top dei poteri pubblici.


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