Obama realpolitiker o aspirante "mediatore culturale"?
Il paradosso - il pericolo - attuale della politica americana di fronte alle sfide nel Medio e Lontano Oriente vede alla guida degli Usa un presidente che non è chiaro quanto sia consapevole Realpolitiker o piuttosto aspirante "mediatore culturale". Per chi o fra chi? Fra l'Islam in ascesa e l'Occidente in difficoltà di fronte ad una "guerra calda" ben più insidiosa di quella "fredda" post-1945.
Non è questione da poco giacchè Barack Hussein Obama è a capo, dopo una strepitosa campagna elettorale, della superpotenza Usa che rappresenta tuttora il Paese-guida del mondo occidentale e nel contempo la struttura portante dell'Alleanza euro-atlantica. E le "dure repliche della storia" possono smentire nei fatti, come si sa, anche le più generose o bizzarre o dogmatiche "filosofie" politiche.
In questi giorni, una serie di fatti concreti sul terreno internazionale si sono incaricati di sottolineare lo scarto fra slancio retorico e realtà, scarto che personalità di rilievo come il presidente Obama talvolta svelano. Nell'ormai celebre e celebrato discorso del 4 giugno al Cairo l'ospite americano, forte delle sue giovanili esperienze famigliari contigue all'area musulmana (il padre kenyota, la vita con la madre in Indonesia), si è di fatto proposto personalmente quale singolare "mediatore culturale" fra l'Islam e gli Usa.
Era un modo (non privo di acrobazie verbali nel ricostruire l'immagine storica dell'Islam politico) per escludere d'ora in avanti una guerra con l'America, salvo la necessaria sottolineatura del conflitto con gli "estremisti" musulmani. Era l'offerta di "a new beginning", un nuovo inizio nei rapporti con gli Stati Uniti. Un gesto che ci ricorda come il vituperato presidente George W. Bush, dopo l'11 settembre, si fosse subito recato nella grande moschea di Washington D.C. proprio per significare che l'America aggredita non si riteneva in guerra col mondo maomettano.
I fatti più recenti, a partire dal naufragio delle nobili ma ingenue speranze sulla svolta elettorale nell'Iran prigioniero della sua teocrazia sciita, riportano sulla scrivania di Obama l'amara realtà di un quadro molto pesante nei principali teatri del vasto conflitto effettivo o incombente fra gli Usa e "l'estremismo" di matrice anche religiosa islamica. Rendendo comunque omaggio alla sincerità dell'apertura annunciata al Cairo, ci pare che ancor oggi l'America (e l'Occidente) abbia bisogno di un presidente effettivo anziché di un "mediatore culturale".



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