Iraq-Afghanistan. Obama rischia di perdere due guerre
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Gli ultimi sviluppi della situazione in Iraq, dopo sette anni di guerra in seguito all'attacco dell'11 settembre a New York e Washington, sottolineano purtroppo uno scarto fra chi è saggiamente dubbioso e chi invece ritiene (la Casa Bianca, parrebbe) che basti il ritiro in corso dei reparti Usa combattenti, e la proclamata fine unilaterale delle operazioni il 31 agosto, per avviare il conflitto ad una "responsabile conclusione". Così come sarebbe sufficiente per la stabilità del Paese quanto resta del contingente americano - circa 30.000 effettivi - a garantire l'ulteriore addestramento delle forze armate e della polizia irachene.
Il presidente americano, che aveva impostato la sua campagna elettorale sulla guerra "sbagliata" in Iraq, a suo avviso, del predecessore George W. Bush, si accinge ora a celebrare la data del 31 agosto 2010, come punto di svolta mentre la restante missione militare Usa verrà definita "Nuova Alba". E così Obama dirà al Paese di aver rispettato i suoi impegni con gli elettori.
Ma le centrali del terrorismo interno, dei cosiddetti "insorti", si sono subito fatte sentire con una serie di sanguinosi attentati e attacchi coordinati che hanno dimostrato la loro capacità di colpire ovunque in Iraq, approfittando delle disfunzioni nell'apparato militare governativo e contando forse sulla relativa assenza americana sul terreno nella fase del disimpegno dei reparti combattenti. C'è da chiedersi cosa potrà succedere quando gli americani non ci saranno più e si dovessero rivelare insufficienti contro gli "insorti" islamisti le forze governative. Per non parlare della non risolta - da sei mesi - crisi politica che ha lasciato il Paese senza un nuovo governo.
L'altro Paese dal quale il presidente Obama ha previsto pubblicamente il ritiro delle truppe americane come si sa è l'Afghanistan. La scadenza indicata è il prossimo luglio 2011, mese nel quale dovrebbero cominciare i trasferimenti del personale. La "timetable" del ritiro, tuttavia, non è stata accolta bene da alcuni generali americani di primo piano che, oltre a non nascondere differenze di valutazione sui tempi e in fondo sulla stessa strategia della Casa Bianca, mettono in guardia apertamente contro il rischio che i talebani o "studenti coranici"- ora in netta ripresa offensiva in tutto il Paese - ne traggano vantaggio per rafforzarsi e seminare il caos.
Uno dei generali che si sono fatti sentire ultimamente è James T. Conway, comandante del Corpo dei Marine, il quale non ha esitato a far capire di temere che in realtà il presidente Obama sia più interessato ai risultati immediati di politica interna - grazie al ritiro - che impegnato ad affrontare la dura realtà in un Paese dove solo "fra qualche anno" (dicono i generali) i contingenti internazionali - Nato compresa - potrebbero lasciare alle forze di sicurezza afgane il compito dell'autodifesa. E questo contrasta con la posizione della Casa Bianca che ha definito "non negoziabile" la data dell'inizio dei ritiri e cioè luglio 2011. Anche in questo caso, per concludere, una decisione errata o ambigua potrebbe portare alla perdita dell'Afghanistan. Con danni per tutti.



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