Libia, come intervenire?
La crisi in Libia, con la relativa guerra civile e la sfida brutale del colonnello, sembra arrivata ad un punto di non ritorno per chi dall'esterno è ormai convinto che si debba aiutare concretamente i libici a liberarsi del dittatore. E questa consapevolezza chiama in causa direttamente l'Occidente nelle sue articolazioni militari e politiche, vale a dire in particolare la Nato, gli Usa e l'Unione Europea, oltre naturalmente all'Onu.
Ma sino ad ora le diverse opzioni pratiche che questo poderoso schieramento ha di fronte non paiono né sicure né utilmente disponibili a favore dei libici e contro Gheddafi. A quanto si sa è proprio la via apparentemente più efficace - quella dell'intervento militare diretto sul suolo della Libia - che i governi occidentali valutano con ampie riserve. Tanto che risulta altamente improbabile in questa fase che la Nato - più volte indicata in questi giorni come soggetto prontamente mobilitabile - intervenga fondandosi su una eventuale risoluzione ad hoc del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Non a caso infatti il segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Anders Fogh Rasmussen, in una conferenza stampa a Bruxelles il 7 marzo si è limitato a sottolineare che i ministri della Difesa della Nato, convocati il 10 e l'11 del mese, esamineranno la situazione in Libia e le prospettive di lungo termine nella travagliata regione. E ha precisato che l'Alleanza non ha intenzione ora di intervenire in Libia pur consultandosi regolarmente con l'Onu, la Ue, la Lega Araba e l'Unione Africana.
In altre parole, hanno osservato alcuni commentatori, la Nato è istituzionalmente pronta "per ogni eventualità" (parole di Rasmussen) ma vuole avere le spalle coperte e si muove con naturale prudenza, tenendo conto di diversi fattori di rischio. Anche l'imposizione di una "no-fly zone" nei cieli della Libia, per interdire i devastanti raids contro i "ribelli" civili dei piloti rimasti con Gheddafi, è vista alla Nato come un intervento militare giacchè comporta attacchi preventivi ai danni degli aerei del rais. In altri termini, azioni di guerra.
Eppure, la necessità di neutralizzare il colonnello costringendolo a ritirarsi lasciando il Paese, o in ogni caso il suo "trono", non viene certo sottovalutata quando si affronta davvero la ricerca di una soluzione al caso Libia oggi. Un suggerimento al riguardo viene dal prestigioso commentatore politico americano Nicholas D. Kristof (International H. Tribune, 4.3.2011) il quale, dopo aver messo in guardia contro sbarchi di truppe Usa ed europee sul suolo libico perché sfruttabili dalla propaganda di Gheddafi (tentativi "imperialisti" di soggiogare il Paese), propone una formula all'apparenza facile.
E cioè: "Quel che noi possiamo è continuare a tenere alle corde il Colonnello Gheddafi, mostrare risolutezza e render chiaro che la sua partenza è soltanto questione di tempo". In questo modo si favorirà l'abbandono del rais da parte di militari libici, sapendo che sin da ora "ci sono ufficiali che vacillano" nel rapporto con il leader. Insomma, una via breve per isolare il "capo" favorendone il ritiro. Ma quanto potrà resistere Gheddafi?



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