L'Islam moderato batte Al Qaeda
Osama bin Laden, fondatore di Al Qaeda, avrebbe perso la sua "guerra santa" perché fra l'altro non è riuscito a diffondere e radicare nel mondo islamico - dopo l'11 settembre 2001- l'ideologia della Jihad, strumento utile per colpire non soltanto gli Usa e l'Occidente ma anche i governi dei Paesi a prevalenza musulmana.
Otto anni dopo l'attacco agli Stati Uniti, questa svolta si deve, oltre alle campagne militari degli americani e degli alleati contro Al Qaeda (subito, in Afghanistan), ad un fatto che meriterebbe più attenzione mediatica di quanta non ne abbia avuta. E cioè il cambiamento di scenario, a netto sfavore di bin Laden, nei Paesi arabi e/o islamici minacciati dal radicalismo.
Ne parla, con una analisi approfondita sul settimanale Newsweek International (22.2.2010), di cui è editor, il politologo indiano nonché libero docente ad Harvard Fareed Zakaria, specialista di affari internazionali e commentatore anche televisivo. Non è un caso che il suo duplice ruolo aggiunga credibilità - grazie anche all'accesso personale a fonti di Intelligence - agli interventi del professore-giornalista che risiede a New York.
Lo scenario è mutato, scrive Zakaria, poiché i leader politici o religiosi moderati nel mondo islamico hanno finalmente rotto - grosso modo dal 2006 - con la linea dell'opportunismo (o della paura) nei confronti degli estremisti, contrastando quindi i radicali e l'ideologia della Jihad, stabilizzando così i rispettivi governi e isolando sempre di più le sacche di fanatismo.
E questo nuovo atteggiamento ha spinto la stessa dirigenza tradizionalmente autoritaria a sostenere (pur con cautela) l'esigenza della modernità e della moderazione. Zakaria ricorda a questo proposito che dall'esterno ha avuto un peso, sotto il governo di George W. Bush, una serie di programmi americani diretti al mondo musulmano e volti a rafforzare i moderati, sostenere la società civile e a favorire lo sviluppo di forze improntate alla tolleranza e al pluralismo. Esattamente l'opposto dell'ideologia cara a bin Laden.
Lungo il cammino intrapreso dai leader moderati, è stato cruciale il ruolo svolto dall'Arabia Saudita, Paese natale del capo di Al Qaeda, in particolare dal 2005 con l'ascesa al trono di re Abdullah, impegnato in uno sforzo politico e intellettuale contro l'ideologia della Jihad. Nell'elenco dei Paesi che hanno efficacemente cambiato lo scenario vanno annoverati, secondo Zakaria, anche l'Indonesia, e l'Iraq dove il tentativo qaedista di accendere con la brutalità e la violenza una guerra civile fra sunniti e sciiti ha finito per indignare gran parte della popolazione.
Diverso per ora è il panorama dei risultati in Afghanistan, Pakistan e Yemen, anche se negli ultimi due le recenti esperienze mostrano che si è capito come l'estremismo possa minare alla radice la stessa stabilità nazionale. Resta da chiedersi, pensiamo, se l'analisi di Zakaria non rispecchi un certo "ottimismo della volontà".
L'autore osserva in conclusione che, sconfitta Al Qaeda, la nostra attenzione deve concentrarsi verso "un pugno di fanatici dispersi per il globo". Potrebbero essere i temibili "lupi solitari" in cerca di bersagli. Come il fallito attentatore nigeriano a bordo di un aereo, lo scorso Natale sopra Detroit - Farouk Abdulmutallab - segnalato inutilmente da suo padre alle autorità Usa. La guardia, certo, non va abbassata.



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