Casa Bianca/ Come (non) cambierà la politica estera Usa
Il pendolo della campagna per la Presidenza, protagonisti Obama e McCain, oscilla fra l'impatto elettorale immediato delle difficoltà economiche per l'americano medio e il peso non rimuovibile della politica estera (e militare) degli Usa nel mondo. Le due categorie di problemi seguono l'altalena del match finale che si concluderà col voto del 4 novembre.
Non è ancora chiaro se lo stato dell'economia, come dicono alcuni analisti, favorirà il candidato democratico punendo il rivale senatore repubblicano dell'Arizona. Sono note, e ampiamente registrate dai sondaggi, le preoccupazioni degli elettori su questo terreno pesantemente concreto. Ma non è certo che nel voto prevalga il capitolo economico, con paragoni negativi fra la gestione repubblicana di Bush jr. e quella all'insegna della prosperità del predecessore democratico Bill Clinton.
E questa incertezza sposta l'attenzione verso il secondo capitolo: quello della politica estera come terreno sul quale finirebbe per decidersi la competizione fra il senatore afro-americano dell'Illinois e John McCain. In tal caso, si dice, il secondo potrebbe avere la meglio il 4 novembre. C'è però un paradosso ingombrante che grava sulla questione, anche se nelle campagne elettorali per la Casa Bianca (chi scrive ne ha vissute in Usa) si preferisce enfatizzare le ragioni dello scontro nella speranza che la radicalizzazione serva a far incetta di voti.



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