"Dalla fotografia d’arte all’arte della fotografia: con Alinari 24ORE l’immagine si fa arte", mostra a cura di Fabio Castelli

Venerdì, 2 ottobre 2009 - 18:42:00

Mauro Fiorese, Avvistamento U. Pho.S. n.  0004-x - 2006/2009

Saper trascendere dalle informazioni visive che ci troviamo dinnanzi ogni giorno, utilizzando la Fotografia come pretesto per  indagare e conoscere altri mondi: questo lo spirito che ha spinto per circa dodici anni Mauro Fiorese a documentare luoghi e situazioni al limite tra realtà e finzione.

Dopo un lungo periodo di ricerca iconografica, condotto sia su archivi amatoriali on-line che in archivi di Stato recentemente resi pubblici, l'autore ha intrapreso innumerevoli viaggi in remote località del nostro Pianeta con l'intento di produrre il primo archivio ufficiale di Soggetti Fotografici non Identificati.

Un progetto realizzato sulla falsa riga delle grandi campagne di documentazione del territorio, come quelle dei fotografi di Alinari, che in tanti anni hanno saputo produrre un immenso catalogo di immagini attraverso la loro capillare attività.

Queste immagini ci parlano di presenza e, contemporaneamente, di assenza: il soggetto fotografato è sempre reale, in quanto “trovato” ed esistente dinnanzi al fotografo nel momento dello scatto, ma rimane sempre e misteriosamente difficile da identificare.

L'opera finale assume un significato di una prova fotografica, in un accezione quasi scientifica del termine, di un momento definito solo cronologicamente e geograficamente.  Ad essa viene fornito un numero di X-FILE che ne permetterà la consultazione, tra la curiosità di osservare qualcosa di indefinibile e la voglia di possedere qualcosa che è molto più di una semplice fantasia.

Mauro Fiorese


Frances Lansing, Boy, ice cream, dog – 1985/2009

La realtà, quello strato superficiale che avviluppa gli oggetti materiali e i soggetti viventi e li mantiene nel presente, sembra essere preservata dal processo fotografico. Per definizione una fotografia è un fatto di luce.

Nel 1852, Leopoldo Alinari, con i suoi fratelli Giuseppe e Romualdo, fondarono un laboratorio specializzato nella conservazione della realtà attraverso la ritrattistica, costituendo degli archivi di documentazione di opere d'arte e di monumenti storici,di paesaggi, di città e dei    loro abitanti.

Ma qualcosa al di là  del metodo nel documentare, ispira un desiderio insopprimibile di guardare sotto il cosiddetto soggetto, per scoprire il sottile, spesso fortuito, dettaglio. Contemplando i loro ritratti di vita quotidiana (incontri tra studenti, scene di strade animate, donne al lavoro domestico, passeggiate solitarie, bambini che giocano), è difficile non affondare sotto la superficie. Lì si scopre una narrativa potenziale: quella collina, quel bambino, quel cane monello che interrompe la cerimonia, quella figura fuori fuoco, celata in un angolo ...

I soggetti in miniatura su un palcoscenico inventato, qui illustrati, dovrebbero sembrare catturati dalla fotocamera in momenti di una giornata qualunque. Sono piccoli e trascurabili, ma ampi come la vita - perché la fotografia ha sempre a che fare con la realtà del mondo nella sua massima estensione.  Forse che, qualche volta, non ci fermiamo improvvisamente, quando niente di speciale sta accadendo, e non ci guardiamo attorno per scoprire chi o cosa ci abbia chiamati dallo scintillio di un particolare rilievo nel panorama per svelarci qualcosa di più?

Frances Lansing


Lelli e Masotti, Morimur, Sankt Gerold, 2000/2009

Si osservi con attenzione la fotografia della sala stracolma di oggetti, strumenti musicali, il gran piano al centro, armi, poltrone, savonarole. Lo si direbbe un salone da musica che ospita altre memorie, in una atmosfera barocca, nobilmente decadente. Se ci si concentra sui dettagli, vere e proprie “note” sparse, si riconoscono due liuti, un violoncello, una chitarra, un chitarrone, un mandolino, una tromba, un corno più una ghironda e una cetra, oltre al già citato pianoforte, un esemplare imponente ricoperto da pesante tessuto drappeggiato e con diversi oggetti disposti sopra. È lo studio del Prof. Tito Conti a Firenze, pittore, in una stampa all’albumina del 1885 c.a. fotografato dagli Alinari.

Quante volte il Teatro degli Strumenti, appesi e sparsi, si sarà posto a confronto con quello di strumenti “veri” suonati da esecutori per scelti invitati in riservati concerti; quante volte l’occhio sarà caduto sulle forme di un pregiato esemplare di viola da gamba o violino o chitarra o sul gesto che lo fa vibrare, con l’arco o con il pizzicato. Non si escluda a priori che il confronto possa essere avvenuto tra oggetti e oggetti, lì in accumulo e decorativo perpetuo deposito. Gli oggetti, come ben si sa dai cartoni animati, non appena soli si parlano tra loro per vincere la noia.

Lo strumento musicale in arte non è solo protagonista di nature morte, scene da film, riprese fotografiche live o in studio: è oggetto di indagine di per sé, spesso per la natura antica e preziosa, per la struttura e la forma ma anche per la sua presenza contemporanea. In molti casi ne sentiamo la voce da secoli, con meravigliosa continuità acustica, in altri casi è l’elettricità o l’elettronica ad amplificarne i suoni. Se infatti è la forma fisica ad attrarre non da meno lo è il suono specifico di uno strumento musicale, la sua voce si diceva prima e questo ci aggancia all’oggi evitando di fossilizzare la visione nello sguardo accademico anche se sublime di Baschenis o dei tanti fiamminghi che si sono occupati di nature morte con strumenti musicali.

La fotografia sà  cogliere questi oggetti che sanno vibrare con il necessario intuito ed è pronta ad ascoltare il racconto sonoro di ciascuno di essi, anche fosse solo la storia di quell’attimo in cui appare illuminato, ispirato, seducente, vibrante per l’appunto. Proiettato come ombra, in toto o in particolare, tradizionale o “eversivo” lo strumento prende posto nell’immaginario fotografico.

dedicato a Mauricio Kagel (1931-2008) e ispirato al suo Musica per strumenti del rinascimento.(1965-66) 
 

Giorgio Majno, Slit camera # 01 – 1982/2009

Il punto di partenza sono alcune fotografie di danza trovate nell'Archivio Alinari.

Si tratta di figure statiche, colte nell'attimo culminante di un gesto.

A queste immagini si richiama la mia sperimentazione sulla danza, iniziata negli Stati Uniti e poi continuata in Italia.

La ricerca si focalizza sul movimento e sullo scorrere del tempo.

Mi interessa la fluidità, l'inaspettato, la bellezza del gesto.

Nella tecnica utilizzata, Slit Camera, la pellicola scorre all'interno della macchina foto, ricevendo la luce attraverso una sottile fessura.

Il film non si impressiona più a singoli fotogrammi, ma è esposto senza interruzioni di continuità.

Tutta la pellicola diventa una sola lunga esposizione che può durare alcuni minuti. Il tempo si dilata e la macchina fotografica registra quello che accade davanti all'obiettivo. L'immagine che ne risulta è unica, diversa sia dal cinema che dalla fotografia. Il soggetto non è più realistico, viene deformato e amplificato.

Il fotografo accompagna con il proprio movimento ciò che vuole riprendere.

Non congela l'attimo, ma lo segue, ne diventa parte, lo estende.

Le distorsioni e le trasformazioni non sono controllabili e il caso fa la sua parte.

Al termine del processo il fotografo si riappropria della possibilità di controllo e di scelta, selezionando alcune sequenze del negativo, per la stampa finale.

Giorgio Majno


Tono Mucchi, Ravenant della rosa – 2009

Tono Mucchi, con garbo e acume, ci sfida a osservare le sue immagini così da condividere l’intreccio di elementi che le caratterizza. Lo spunto è costituito da alcune fotografie storiche tratte dall’Archivio Alinari dove i soggetti sono bassorilievi e dipinti: è a partire da queste suggestioni antiche che l’autore ha spinto la sua espressività fotografica a rapportarsi con pittura e scultura in un serrato confronto dialettico. La sintesi che ne risulta include forme, sensazioni, rimandi, rappresentazioni, dando vita a opere capaci di catturare lo sguardo inducendolo a penetrare oltre la superficie fino ad arrivare al significato più profondo che vi è racchiuso. Poiché in queste fotografie i piani – quelli fisici e quelli psicologici – si intersecano e si fondono, sta a noi osservatori il piacere di andare alla scoperta di questo mondo misterioso dove si possono trovare gesti di tenerezza, torsi virili, espressioni pensose, posture che evocano un erotismo antico e tenace. Ma le vere protagoniste sono le mani, quelle di oggi e quelle dei ritratti di famiglia perché in ogni persona c’è un richiamo agli antenati, a coloro che sono esistiti anche per renderci come siamo. Tono Mucchi usa la fotografia per costruire quello che chiama equivoco rappresentativo perché è, invece, una costruzione immaginifica creata dalle emozioni e inscritta in una rigorosa struttura dove le immagini vivono un ritmo scandito dalla luce, dalla texture della superficie, dalle cornici che delimitano, dividono, uniscono.

R. Mutti

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