"Dalla fotografia d’arte all’arte della fotografia: con Alinari 24ORE l’immagine si fa arte", mostra a cura di Fabio Castelli

Venerdì, 2 ottobre 2009 - 18:42:00

Giampietro Agostini, Frontiere della memoria, Tagliata – 2006/2009

Il paesaggio non esiste in natura.

Quello che chiamiamo paesaggio è un prodotto dell'azione dell'uomo sulla natura o almeno un prodotto del suo sguardo, filtrato dalla cultura e dalla memoria.

Per secoli il confine dello spazio umano sulle montagne è stato il villaggio e le sue estensione: il territorio usato per la monticazione o per il pascolo di pecore e capre. Questa situazione cambia rapidamente con lo scoppio della Grande Guerra che per la prima volta porta centinaia di migliaia di uomini a trascorrere tre lunghi anni in luoghi inospitali e impervi, spesso in condizioni ambientali estreme. Vengono costruite trincee, fortificazioni, baracche, ricoveri, strade, sentieri e quando sulle vette ritorna il silenzio il paesaggio è fortemente modificato. Il passare degli anni e le condizioni naturali anno dopo anno contribuiscono a cancellare quelle opere, trasformandole talvolta in labili tracce.

Le foto di Giampietro Agostini ci stupiscono perché si situano in un contesto completamente diverso. Non cercano di riprodurre quello scenario che soldati e fotografi descrivono. Non ritroviamo qui i loro sguardi e le loro emozioni, le loro paure e felicità. È il paesaggio come lo vediamo oggi dove le opere degli uomini sono state riassorbite dalla natura: le strade sono tornate sentieri, i muri a secco pietre, mucchi di sassi, le baracche sfasciumi.

Al suo sguardo sembrano ruderi di una civiltà scomparsa e dimenticata che affiorano da un tempo indecifrabile. E là dove la grandezza degli spazi ha inghiottito l'opera degli uomini, dove le tracce si sono fatte più deboli e si scoprono solo a un secondo sguardo, queste sembrano l’opera persa nel paesaggio di un artista di arte natura. Della presenza di migliaia di uomini che hanno abitato le montagne oggi resta un segno sulla terra minimo e fugace come quelli compiuti di Andy Goldsworthy o David Nash.

Agostini sembra voler sostituire il paesaggio al paesaggio della memoria, richiamare l’attenzione sulla natura e non sull’opera dell’uomo, non sulle tracce dense di storia. Per questo le sue immagini danno la sensazione di sentirsi al confine: un confine che non è certamente quello dei belligeranti, ma il confine tra memoria e oblio, tra storia e natura, tra il tempo denso degli anni di guerra e il tempo sospeso della montagna e della vita. Paesaggi di frontiera che sono al tempo stesso le frontiere della memoria.

Massimo Libardi

 

Nunzio Battaglia, Milano, Piazzale Bologna – 2008/2009

Il progetto Alinari 24 ORE si compone di 2 fasi metodologiche che riflettono e accolgono la matrice culturale del grande Archivio fiorentino, riconoscendone il valore di giacimento dell'immaginario comune.

1. Il ciclo di riprese effettuate da Nunzio Battaglia a Milano, nella primavera 2008, nasce da due impossibilità: quella di non poter rappresentare il ricordo delle natie primavere mediterranee nella patria adottiva e l'aver rinunciato -per circa un ventennio- a fotografare spazi e vedute della metropoli milanese. A partire da questa consapevolezza, l'autore indaga spazi emblematici della metropoli: l'essenza cromatica delle piantumazioni e le tassellazioni di noti skyline divengono rituale espressivo e controcanto della città che appare. Le opere ridisegnano l'oggettiva connotazione delle aree urbane, riportandole ad un immaginario ultra-visivo.

2. L'autore interroga l'Archivio Alinari, individuando le matrici dell'immaginario di cui siamo intrisi. Affiorano nell'Achivio on-line alla voce Milano, i giacimenti  della Pinacoteca di Brera, alcune keywords che si confondono in sconfinamenti di codici dove appaiono Leonardo, Raffaello, il Rinascimento.

Nasce la selezione delle 8 opere in mostra, traccia di un territorio dell'apparire dove progetto documento e trasformazione si sovrappongono in icone del desiderio. La dichiarazione disciplinare è precisa: con lo sguardo posso immaginare spazio e tempo, l'opera diventa l'arca della mutazione, strumento di salvezza.

Nunzio Battaglia


Francesca De Pieri, Cave di Bosco 164, 2009

Realizzare scatti all’interno di Cave significa muoversi in territori circoscritti e confinanti con grandi reti autostradali, non ultima la Cava di Martellago (VE), vicinissima al passante di Mestre. Sono luoghi che resistono a cambiamenti, snaturalizzazioni, abbandoni e riconversioni e che, nonostante i continui passaggi forzati, celano una straordinaria bellezza che aumenta di pari passo con le minacce che su di esse incombono. Le Cave sono un mistero, sono luoghi in cui ci si trova di fronte a scenari che per un osservatore distratto abitano lo spazio limitato da una cornice, ma che vivono oltre quei limitati confini dando vita a forme e tonalità che lasciano sognare l’osservatore attento per qualche istante in più. La forza di Cave sta quindi nel mistero e a riguardo, viaggiando all’interno dell’Archivio Alinari, famigliare a Cave è il dossier “Un soffio di mistero”, in cui si trova "Autunno” di Vincenzo Balocchi. Stupenda per il senso di forte e velato mistero che emana l’atmosfera di questa immagine, vicino a quel senso che hanno per me le immagini della serie Cave e al senso stesso del mio percorso. Balocchi ritrae la natura con linguaggio contemporaneo permettendo così ad immagini realizzate nel nostro tempo di inserirsi in un dialogo da lui iniziato.

Francesca De Pieri


Paola Di Bello, da Video Rom, Milano-Romania #13 - 1998/2009

In collaborazione con Marco Biraghi

Sempre più spesso scopriamo il gusto della conoscenza mediato da un archivio d'immagini, un luogo virtuale dove si deposita il sapere, la cui fruizione ci riserva continue sorprese date dalle infinite combinazioni di senso in esso contenute. Paola Di Bello racconta un'esperienza vissuta utilizzando la fotografia come oggetto di scambio fra un popolo diviso geograficamente ma unito da forti legami culturali e affettivi. Senza offrire interpretazioni, l'artista documenta una comunità di Rom che vive nella periferia di Milano; persone, luoghi, oggetti, pronti per essere riutilizzati come strumento relazionale. L'operazione successiva, infatti, è stata quella di portare questa raccolta di fotografie a Costei, cittadina di campagna vicino a Timisoara in Romania, dove vivono i parenti dei Rom residenti in Italia. Qui l'operazione si è ripetuta fotografando i componenti della comunità locale e riportando i loro ritratti a Milano. Come spesso accade calandosi in una raccolta d'immagini, anche in questo caso, l'esperienza generata dalla fruizione e dallo scambio di più fotografie ha portato ad una “scoperta”: Milano assomiglia a Costei. Il paragone fotografico mostra come le periferie delle nostre città si siano modificate in seguito alla presenza di nomadi, più di quanto la vita degli abitanti di queste comunità sia cambiata a contatto con la nostra cultura.

Luca Panaro


Luigi Erba, Paesaggio#1 (Lecco Pescarenico) – 2008/2009

Questo lavoro di “Paesaggi” e “Ex Paesaggi” nasce da una diversa presa di coscienza del quotidiano nel preciso momento in cui nella mia città natale di Lecco sta progressivamente sparendo ogni traccia di edificio industriale che ne aveva totalmente espresso, con la lavorazione del ferro, il tessuto produttivo e l'anima. Tessuto urbano che entrava nell'assuefazione  dell'olfatto, dell'udito e dello sguardo, che comunque preferiva andare oltre, sulle montagne circostanti, ma anche nelle visioni lacustri nel contesto di un immaginario che fu qui anche dei Brogi e degli Alinari. Ed è proprio in tale frangente di passaggio, di sparizioni, di improvvisi e provvisori “ruderi-sculture” delle architetture industriali è scattato il recupero di quella memoria quotidiana che era là, al di sotto della pelle. E' così che questi edifici, resti di edifici, nel loro passaggio vengono vissuti oggi come delle sindoni, rappresentati nell'immaginario, spesso come fantasmi di uno scenario del passato, ma che solo ora si concretizza in un particolare rapporto di sogno e memoria. La stessa cosa ! 

L'occasione di questo lavoro è stata poi data dall'aver ritrovato una rara edizione di un elegante volume tirato nel 1937  in  250 copie sulle Acciaierie del Caleotto, il cuore del territorio, con le immagini di un artistico ed  intelligente lavoro fotografico di Umberto Paramatti, ad una ad una incollate nelle pagine. Una rivelazione che ne rende possibile il rapporto. Quello che aspettavo. L'avevo trovato l'unico mattino che mi ero alzato presto per andare in uno dei tanti mercatini dell'usato. 

Luigi Erba

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