Futurismo, quando il movimento scoprì le foto

Lunedì, 21 settembre 2009 - 09:20:00

Si è appena inaugurata a Firenze, al MNAF - Museo Nazionale Alinari della Fotografia - , la mostra Il futurismo nella fotografia. Con una selezione accurata di 126 fotografie, corredate da una documentazione storica originale, la mostra si propone di indagare la storia della fotografia futurista, che si rivela come l’asse portante di un’evoluzione che corrisponde all’avvento dell’avanguardia e della modernità nella fotografia italiana. Il linguaggio referenziale della fotografia entra in crisi sul finire dell’Ottocento. I futuristi sono allora attirati dalle esperienze che sembrano trasgredire la logica realista dell’occhio meccanico, come la tecnica del multiritratto a specchi e la fotografia spiritica. Pensano che un uso strumentale di questi nuovi codici della visione possa rivoluzionare la pittura aprendola alla modernità. Vedono inoltre nella fotografia un formidabile strumento di pubblicità e di propaganda delle loro idee, del loro attivismo e del loro ruolo sociale. Esitano invece a promuovere la fotografia come forma d’arte perché, fautori di un acceso vitalismo bergsoniano, la considerano un “medium freddo” che congela l’élan vital del divenire: la fotografia non implica lo strumento attivo che è la mano dell’artista, quindi è capace solo di una duplicazione meccanica e inespressiva della realtà.


Mario Castagneri, Le mani di Depero: caparbietà, marzo 1933, stampa alla gelatina al bromuro d’argento, Raccolte Museali Fratelli Alinari (RMFA) – Archivio Castagneri, Firenze
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Le prime proposte sperimentali sono realizzate fuori dal movimento marinettiano. In particolare, nel 1911, a Roma, i fratelli Anton Giulio e Arturo Bragaglia lanciano il “fotodinamismo”, nuova estetica fotografica espressamente futurista, teorizzandolo come una “psicofisiologia della percezione”, una visualizzazione della molteplicità del gesto e della continuità del movimento, che offre una dimensione visibile della scomposizione spaziale e temporale della realtà in divenire di cui aveva parlato Bergson. Boccioni respinge però le esperienze dei fratelli Bragaglia considerando che la fotografia è strutturalmente priva di un intervento creativo dell’artista, unico possibile mediatore tra il mondo sensibile e la sua rappresentazione estetica. La ricerca riprende dunque su altre basi, definendo piuttosto l’inquadratura, insieme alla posa che ricostruisce la realtà, come campo di una manipolazione dell’immagine da parte dell’artista. La fotografia conquista così una funzione estetica esplicita, in seno al futurismo, con la foto-performance inaugurata da Balla e Depero.

Nel dopoguerra nuovi esiti creativi sono apportati dal fotomontaggio, ma soprattutto e in modo specifico dal fotocollage, la cui tecnica consiste nell’integrazione di ritagli fotografici e inserti disegnati in un connubio che non solo rende manifesta la manipolazione dell’artista, ma promuove un’ibridazione dei codici. Paladini, Pannaggi e Depero se ne servono come strumento politico, didattico o propagandistico, in funzione del programma futurista di celebrazione della modernità e della civiltà tecnologica. Nel corso degli anni venti, alcuni fotografi professionisti come Pedrotti e Castagneri si accostano al futurismo, mentre nuove ricerche sono condotte da Carmelich, che esplora il campo della foto-performance, e da Lomiry che radicalizza la ritrattistica futurista in termini di immagine emblematica. Nel 1930 si assiste ad un massiccio rilancio dello sperimentalismo, con la pubblicazione del manifesto La Fotografia futurista, nel quale Marinetti e Tato auspicano la ripresa di tre modelli formali dei primi anni del movimento: il fotodinamismo dei fratelli Bragaglia, il “dramma d’oggetti” del teatro sintetico e la poetica del dinamismo pittorico formulata da Boccioni. Le ricerche della fotodinamica sono così riformulate da Pedrotti e Wulz, mentre Masoero ne estrapola i principi creando l’aerofotografia.

Le composizioni chiamate “dramma d’ombre” o “camuffamento d’oggetti”, esplorate in particolare da Tato, Guarnieri e Parisio, si presentano come procedimenti formali dotati di grande capacità di articolazione semantica. Riprendendo le teorie di Boccioni, Tato teorizza il “ritratto futurista di stato d'animo”. Portando ad un alto grado di elaborazione estetica il fotomontaggio per sovrimpressione di più negativi, individua in questa tecnica un vero e proprio mezzo di scrittura con cui lavorare su effetti di raccordo incrociato e dissolvenza tra i contenuti visivi, per distruggere la materialità dell’immagine, orientando la composizione verso atmosfere fantasmatiche e inconsce. Munari sviluppa invece la foto-performance in chiave di teatralità esotica o etnografica. Ai futuristi si affiancano poi altri fotografi professionisti: Luxardo, Bertoglio, Bricarelli, Pellegrini, Gabinio, che lavorano sulla composizione d’oggetti, la fotografia industriale, il panorama urbano o la fotografia d’architettura, che Moncalvo trascende fino a trarne immagini astratte. Veronesi, infine, recupera a sua volta le idee futuriste ma declinandole in termini di puro formalismo.

 

IL FUTURISMO NELLA FOTOGRAFIA

A cura di Giovanni Lista   

MNAF, Museo Nazionale Alinari della Fotografia
Piazza S. Maria Novella 14 a r, Firenze
17 Settembre – 15 Novembre 2009
Catalogo Fratelli Alinari Fondazione per la Storia della Fotografia

Orario Tutti i giorni, ore 10 – 19. Chiuso mercoledì   

Promossa da FRATELLI ALINARI - Fondazione per la Storia della Fotografia
CRAF – Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia

PROVINCIA DI PORDENONE

Organizzazione FRATELLI ALINARI - Fondazione per la Storia della Fotografia

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