Rigoletto/ Il portavoce di Monti svela: ecco quanto è importante il ruolo dei massoni nella società moderna

Paolo Peluffo, uomo molto vicino a Mario Monti, sottosegretario all'Informazione e alla Comunicazione nel nuovo esecutivo e già capo dell'Ufficio Stampa di Palazzo Chigi durante il governo Ciampi, rivela nella prefazione al libro "In nome dell'uomo" (del Gran Maestra Gustavo Raffi) quanto sia importante il ruolo dei massoni nella società di oggi. In una Italia alle prese con una crisi economica e finanziaria senza precedenti e con una situazione politica che vede i principali partiti uniti nell'appoggio di un governo formato da professori e tecnici
LEGGI LA PREFAZIONE DI PAOLO PELUFFO
L'apertura del Grande Oriente d'Italia verso la ricerca storica, indipendente e scientifica, ha offerto a tutti — soprattutto a chi come me non è massone — nel 150° anniversario dell'Unità d'Italia un'occasione eccezionale per interrogare la storia e, finalmente, rispondere alla domanda su «che cosa» fu davvero il contributo della Massoneria alla rivoluzione nazionale. Perché l'adesione alla Massoneria fu un qualcosa dí eccezionalmente importante per í patrioti, liberali o democratici, per il loro percorso di formazione, per la loro storia personale, e oggi noi stentiamo a capire il perché. Facciamo talmente fatica a capirlo che la storiografia, di origine marxista o anche solo tradizionale, ha cancellato questo tema, usando splendidi eufemismi, depotenziando la questione a un fatto strettamente individuale, alla categoria dello «strano ma vero». Chi, al contrario, ha sempre attribuito un'importanza decisiva all'adesione massonica del mondo rivoluzionario e istituzionale dell'Ottocento sono stati i pubblicisti integralisti di parte cattolica che puntarono il dito, fin dagli anni Sessanta dell'Ottocento, sulla cospirazione internazionale che avrebbe dato vita allo Stato italiano.
Anni di ricerche sugli archivi, per esempio nelle pagine di Gian Mario Cazzaniga, Fulvio Conti, Giuseppe Giarrizzo,
Anna Maria Isastia, Marco Novarino, Santi Fedele, Fabio Martelli, meritano oggi di essere lette e proiettate sullo scenario della storia generale del Risorgimento per riproporre alcuni interrogativi e tentare alcune risposte.
1. La Massoneria italiana come organizzazione unitaria, o con l'ambizione di diventarlo, non ha contribuito alla fase rivoluzionaria dell'unificazione nazionale, semplicemente perché nasce dopo, anzi coincide esattamente con la fase terminale di essa. La Loggia «Ausonia» nasce a Torino 1'8 ottobre 1859, nel periodo politico che segue a Villafranca e all'uscita temporanea di scena di Cavour, mentre Garibaldi generale dell'esercito della Lega centrale freme a Rimini per invadere gli Stati pontifici e il governo di Torino e i dittatori di ex ducati e legazioni sudano sette camicie per tenerlo a freno. Sono i cavouriani che pongono le basi per il ritorno al potere del conte, dopo la sua rottura con il re. Il nucleo da cui nasce il Grande Oriente è figlio del progetto politico di Cavour e nasce dalla ceneri della Società Nazionale di Manin, Pallavicino e, soprattutto Giuseppe La Farina. Il La Farina viene iniziato massone a Torino il 9 maggio 1860, e cioè mentre Garibaldi è in navigazione verso la Sicilia, e dunque quando svolge il ruolo di sorvegliante e avversario politico di Garibaldi, per conto di Cavour.
2. La cultura massonica di fine Settecento, spezzettata in mille rivoli, ma soprattutto il paradigma modernizzatore delle Logge riunite nel Grande Oriente d'Italia durante il periodo napoleonico, e mutato in organizzazioni segrete dal 1815 al 1859, hanno un'influenza eccezionale nella formazione dei patrioti, ma senza un'azione politica autonoma come quella di Giuseppe Mazzini non avrebbero portato ad alcuna iniziativa fruttuosa, come dimostrano le rivoluzioni carbonare del 1821 e le tante insorgenze di piccole avanguardie rivoluzionarie di sfortunati intellettuali e patrioti nei decenni successivi. Il contributo è tuttavia determinante in un punto: la formazione patriottica italiana, ovvero l'appartenenza a un ideale, a un'entità non esistente, si è consolidata in un'azione associativa e volontaristica che fonde insieme elementi illuministici e universalistici, ed elementi tipicamente romantici, legati alla storia e alle caratteristiche nazionali. Il patriottismo italiano nasce dunque intrinsecamente non nazionalista, europeista perché coltivato all'interno di ideali di persone che, singolarmente, aderivano a sette e organizzazioni segrete che predicavano la fratellanza universale, adattandola alla missione di costruzione delle nazioni individuate quali spazio ottimo per l'esercizio dei diritti individuali e collettivi, brutalmente conculcati dopo il Congresso di Vienna. Dimostrazione e «contrario» di tale fondamentale aspetto culturale è la constatazione del fatto che la nascita dei nazionalismi, a fine Ottocento, avrà come corollario la prima violenta contestazione politica antimassonica, così come eminentemente antimassonico sarà proprio il fascismo. Com 'è noto, Mazzini non aderì mai alla Massoneria ma esercitò un fascino e una attrazione irresistibili per il Grande Oriente nei suoi primi anni, fornendo molta parte delle Gran Maestranze di orientamento democratico: Federico Campanella, Giuseppe Petroni, Adriano Lemmi, Ernesto Nathan ed Ettore Ferrari erano prima di tutto repubblicani e mazziniani.
3. La spedizione in Sicilia del maggio 1860 non è una operazione massonica, ma l'adesione di gran parte dei leader democratici alla Massoneria — che ne costituirà la caratteristica culturale per diversi decenni — è la conseguenza della spedizione. Garibaldi stesso sbarca a Marsala che è solo un «compagno» ovvero iniziato al secondo grado della Massoneria simbolica, per una vecchia adesione a una Loggia all'Obbedienza del Grande Oriente di Francia a Montevideo nel 1844 (era stato iniziato in una Loggia irregolare di obbedienza brasiliana, «L'Asil de la Vertud», per poi essere regolarizzato nella Loggia «Les Arnie de la Patrie» sempre nel 1844, a 37 anni). Viene iniziato al grado di Maestro il giorno dopo la resa borbonica di Palermo, nella capitale siciliana.
4. Molti indizi fanno presupporre che l'iniziativa di fondare una Massoneria nazionale venga presa da Cavour (il primo Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia sarà infatti, brevemente, il suo fedele ambasciatore a Parigi Costantino Nigra) per avere uno strumento di sostegno alla formazione del nuovo Stato nazionale, una stanza di compensazione e fidelizzazione allo Stato per la borghesia delle città, proiettata ora su un'impresa davvero al limite delle proprie capacità. Se la Società Nazionale — società segreta, ricordiamocelo — era stato lo strumento di Cavour per utilizzare i rivoluzionari in esilio e allontanarli da Mazzini orientandoli verso il suo progetto diplomatico e di riassetto in Italia, così il Grande Oriente era progettato come strumento della costruzione interna del nuovo Stato. E infatti le persone sono in gran parte le stesse, La Farina, Filippo Cordova, ma soprattutto il conte Livio Zambeccari, approdato alla Società Nazionale dopo un lungo passato di rivoluzionario (fu Zambeccari, prigioniero nel forte di Santa Cruz a Rio de Janeiro, a convincere Bento Goncalves, capo della repubblica secessionista del Rio Grande do Sul, a concedere a Garibaldi la sua prima patente da corsaro, all'inizio del 1837). L'adesione garibaldina alla Massoneria nasce, al contrario, con un intento di netta opposizione a Cavour. Di fatto, si costituisce un'altra Massoneria, quella siciliana, di rito scozzese con i 33 gradi, dove dominano i democratici e i repubblicani; simbolica a soli tre gradi quella moderata. La cosa può destare stupore. Ma come i democratici, illuministi, radicali e repubblicani costruiscono una Massoneria decisamente più esoterica, mentre i moderati monarchici una a soli tre gradi, riducendo addirittura la struttura ritualistica del Grande Oriente di Francia? Ma certo non possiamo non tener conto degli ideali letterari e idealistici di cui erano intrisi uomini come Garibaldi che, ricordiamocelo, aveva come sua prima ambizione quella di essere apprezzato come scrittore.
5. Leggiamo due testi fondamentali di Garibaldi. Il testo programmatico della spedizione ín Sicilia, l'ordine del giorno del 7 maggio 1860, è un documento magnifico, di natura esclusivamente etico-politica: la teorizzazione del rifiuto di una «ricompensa» per il servizio alla nazione, la teorizzazione della povertà individuale come condizione per affermare l'ideale adesione alla patria e la legittimazione del combattimento nel contesto di una guerra di liberazione. Il tono mazziniano è, nell'ordine del giorno, funzionale a far accettare ai compagni di avventura, piuttosto riottosi, la bandiera con lo stemma sabaudo e il programma di mediazione, «Italia e Vittorio Emanuele». In sostanza è un programma politico che oggi diremmo «di coalizione». Solo il disinteresse e l'ab negazione, in fondo l'eroismo, possono far accettare a un gruppo di rivoluzionari repubblicani la bandiera del re. Leggiamo ora il testo che conclude idealmente la spedizione dei Mille, venti giorni dopo la battaglia del Volturno (alla quale volle partecipare anche Zambeccari, ormai vecchio) e quattro giorni prima dello storico incontro di Teano. Si tratta di un documento di eccezionale valore, spesso dimenticato nelle cronache, Alle potenze d'Europa: memorandum. Il generale propone ai governi francese e britannico di dar vita a una confederazione europea che punti a costituire uno Stato unico europeo: «Supponiamo che l'Europa formasse un solo Stato [...] e in tale supposizione, non più eserciti, non più flotte, e gli immensi capitali strappati quasi sempre ai bisogni e alla miseria dei popoli per esser prodigati in servizio di sterminio, sarebbero convertiti invece a vantaggio del popolo in uno sviluppo colossale dell'industria, nel miglioramento delle strade, nella costruzione dei ponti, nello scava-mento dei canali, nella fondazione di stabilimenti pubblici e nell'erezione delle scuole che torrebbero alla miseria e alla ignoranza tante povere creature che in tutti i paesi del mondo, qualunque sia il loro grado di civiltà, sono condannate dall'egoismo del calcolo e dalla cattiva amministrazione delle classi privilegiate e potenti all'abbrutimento, alla prostituzione dell'anima e della materia!». Questo testo visionario, che vagheggia gli Stati Uniti d'Europa, nasce certamente nell'alveo del pensiero massonico, che in quegli anni comincia a lavorare all'iniziativa che condurrà al Congresso di Ginevra del 1867, sul movimento pacifista europeo, per costringere gli Stati a forme di arbitrato internazionale che evitino, prevenendole, le guerre. Il fatto che Garibaldi sarà acclamato a Ginevra presidente dell'assemblea del 1867 per poi fuggire di nascosto e raggiungere i volontari sulle montagne di Siena per la sventurata spedizione di Mentana non deve stupire: la cancellazione di organismi statuali dispotici è la premessa, nell'idea di Garibaldi, di una fase di federazione che conduca, appunto, all'Europa unita in un solo Stato formato da diverse nazionalità.
6. Leggendo le tristi, malinconiche cronache dei giorni seguenti la vittoria del Volturno, quando Garibaldi dice me-
stamente a Jessie White: «Cara signora, ci hanno messo alla coda!», come racconta Alberto Mario in La camicia rossa, il generale deve aver cominciato a meditare un progetto alternativo alla sua idea fissa dí liberare Venezia e Roma alla guida di un esercito popolare. Un progetto al centro del quale vi era il desiderio di prendere la guida della Massoneria italiana. Tutto ciò non avverrà senza gravi errori politici. Ritengo infatti che nel tentare una spiegazione dell'incredibile errore politico della spedizione dell'agosto del 1862, quella che passa sotto il nome di spedizione di Aspromonte, non è stata sufficientemente valutata la rabbia provocata in Garibaldi dal fatto dí essere stato sconfitto, per due soli voti, alla Costituente massonica del 1° marzo 1862 quando, presentatosi candidato per la Gran Maestranza, viene battuto dal siciliano Filippo Cordova. Ancora una volta gli allievi di Cavour e La Farina gli tagliano la strada. Per conseguenza, immediatamente, una settimana dopo la sconfitta, il generale accetta le proposte di Crispi che lo fa nominare Sovrano Gran Commendatore del Supremo Consiglio del Rito Scozzese Antico e Accettato di Palermo. In un solo giorno gli vengono attribuiti tutti gli alti gradi massonici dal 4° al 33°. Da Caprera si sposta a Palermo, e poi a Marsala viene pronunciato il giuramento «O Roma o morte!» e tutto il suo stato maggiore (Bruzzesi, Ripari, Nullo e Guerzoni), compreso il figlio Menotti, tra il 1° e il 3 luglio, viene affiliato al rito scozzese del Supremo Consiglio di Palermo.
7. La catastrofe dell'Aspromonte, dove le camicie rosse vengono sbaragliate dai bersaglieri del generale Cialdini, ha conseguenze di gravità eccezionale dal punto di vista politico. La soppressione da parte del governo della Società Emancipatrice Italiana di Agostino Bertani, con decreti dí stampo autoritario, elimina il veicolo politico del movimento democratico che univa garibaldini e mazziniani e anche Cattaneo. Inizia così quel rapido percorso che porterà, per iniziativa dei Liberi Muratori fiorentini, all'unificazione delle due contrapposte massonerie, quella moderata di Torino e quella democratica di Palermo. Il risultato sarà in prima battuta la breve Gran Maestranza di Garibaldi nel 1864. In seconda battuta, una sorta di tregua generale sulla questione istituzionale resa pubblica dal famoso discorso di Crispi di adesione alla monarchia. L'effetto concreto di questo travaglio fu che proprio l'adesione alla Massoneria costituì il collante principale che rese possibile la sopravvivenza della fragilissima costruzione statuale del 1861, dopo l'unità giuridica. Sarà un elemento importantissimo per la formazione di una classe dirigente con elementi comuni che imparò a coesistere in presenza di idee politiche di opposta origine.
8. La fase successiva — ben raccontata da Fulvio Conti nel suo volume Massoneria e religioni civili (Il Mulino, Bologna 2009) — vede il Grande Oriente d'Italia protagonista della deliberata costruzione di una religione civile, della stessa mitizzazione dei protagonisti del Risorgimento, attraverso una grandiosa opera diffusa in tutto il territorio di finanziamento di statue, monumenti, lapidi commemorative su personaggi non necessariamente massoni. Basta pensare alla statua di Carlo Cattaneo a Milano, o a quella di Garibaldi a Pisa (opera di Ettore Ferrari, futuro Gran Maestro). L'idea complessiva era quella — come in tutta Europa — di costruire infrastrutture della memoria quali elementi costitutivi del processo di nation building. Tutti questi elementi storici sono stati rimessi a fuoco grazie a un'opera storiografica la quale, appunto, prende le mosse dalla decisione del Gran Maestro, Gustavo Raffi, di dare accesso agli archivi rimasti al Grande Oriente d'Italia dalla devastazione del periodo fascista. È un merito straordinario di Raffi aver avviato questa fase di acquisizione di dati storici, aprendo a studiosi e ricercatori di ogni orientamento politico-culturale, che ha trovato un momento di sintesi nel ciclo di convegni organico, ben organizzato, capillare sul territorio che il Grande Oriente d'Italia ha organizzato quest'anno nell'ambito delle celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia. Per me, questi incontri sono stati occasione di amicizia e di apprezzamento per la passione civile con la quale ci si è applicati allo studio della storia e alla sua divulgazione. Devo constatare che la riflessione su questi frammenti meno noti del nostro passato, più vicini e più utili di quanto non pensiamo normalmente, sia essenziale soprattutto per trovare la forza di affrontare il presente. Su tutti, giganteggia la presenza enigmatica della figura di Giuseppe Mazzini — non è un caso che anche Gustavo Raffi nasca come mazziniano e militante repubblicano — che è l'autore più importante, più originale e più negletto che l'Italia abbia fornito al pensiero mondiale nel corso del XIX secolo.
Oggi studiare Mazzini con occhi liberi dalle incrostazioni e dai pregiudizi di questi decenni sarebbe un esercizio spirituale utile, per ritrovare la strada dell'etica pubblica e della disponibilità a im: ,egnarsi per l'interesse generale.


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