Il Rigoletto/ "Mafia, le mani sul nord"
Un libro-inchiesta in cui si intrecciano tre voci in un confronto serrato tra prospettive inconciliabili: il criminale 'ndranghetista, che guarda al Nord con occhi rapaci e indifferenti; il "colletto bianco" che tra un misto di sconcerto e disprezzo non disdegna il denaro sporco proveniente dal narcotraffico calabrese; e infine lui, il pubblico ministero che affronta le miserie di una societche stenta a riconoscersi e a riconoscere. 
Tre volti di un Nord Italia sotterraneo, pivolte negato nella sua esistenza ma che, al contrario, muove uomini e capitali. Sfuma il confine tra mafia e antimafia, tutto confuso, stimati professionisti si mescolano a potenti criminali, nuovi disagi e sottaciuti malesseri, un territorio in cerca di una nuova identità.
Sara Di Antonio (1976) laureata in Storia contemporanea all'Universitdi Bologna. Ha conseguito il Master Burson Marsteller in Comunicazione Pubblica e d'Impresa. Giornalista pubblicista, da quattordici anni svolge attivitdi comunicazione, ufficio stampa e pubbliche relazioni per enti pubblici e partiti politici. Dedicato a chi deve ancora nascere
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L’Italia è un labirinto socio-economico nel quale, in una confusione babelica, convivono benessere e disperazione. Un quarto del territorio nazionale è condizionato dalla presenza di organizzazioni criminali che hanno fatto delle relazioni socio-economiche, ma soprattutto politiche, il loro punto di forza. Secondo l’Eurispes, il fatturato annuo delle quattro principali mafie italiane è pari all’11,4 per cento del prodotto interno lordo. Un potere enorme che nessuna di esse avrebbe potuto accumulare senza la colpevole acquiescienza di un ceto politico e di apparati delle istituzioni che con mafia, ’ndrangheta, camorra e sacra corona unita hanno sempre colluso, intervenendo solo nei momenti di grande criticità, in seguito a stragi e omicidi eccellenti. Quando le mafie hanno smesso di sparare lo Stato anziché affondare il colpo, ha scelto il quieto vivere, il compromesso, l’inciucio. Ed è proprio il quieto vivere che da sempre favorisce le mafie.
L’Emilia Romagna è una regione ricca, ospitale. Ma anche qui i politici spesso negano l’intreccio o i rapporti tra le mafie e l’opulenta e colta borghesia locale: a Parma come a Reggio Emilia, a Modena come a Bologna, la 11 Mafia_Emilia 21-09-2010 13:39 Pagina 11 mafia non esiste, e se esiste vive ai margini di una società che crede di avere gli anticorpi per resistere alle infiltrazioni mafiose. I boss hanno liquidità e voglia di investire. E hanno bisogno di “sponde” per entrare nel giro che conta. La ’ndrangheta del crotonese e del reggino, ma anche la camorra dei casalesi, in Emilia hanno messo radici da tempo.
La prima ci è arrivata grazie al soggiorno obbligato, quel provvedimento che pensava di combattere i mafiosi sradicandoli dai lori paesi. La seconda, invece, è sbarcata al seguito dei capimastri che già negli anni Ottanta ristrutturavano con perizia le case del centro storico di Modena. Era il 5 maggio del 1991 quando Modena scoprì che nelle case popolari di via Benedetto Marcello si era insediata una colonia di camorristi. Ci fu una sparatoria, qualcuno rimase a terra, qualcun altro scappò, pochi capirono. Quella colonia è cresciuta all’ombra di Giuseppe Caterino, l’ex braccio destro di Francesco Schiavone, detto Sandokan. E cercando Caterino, allora latitante, si scoprì un giro di estorsioni. I telefoni parlavano, i carabinieri ascoltavano: «Non hanno capito che devono pagare? Questa è zona nostra, qui comandiamo noi».
I boss non si accontentavano dei soldi, imponevano anche la fornitura dei servizi. Da allora molte inchieste hanno fatto luce sulla presenza dei casalesi a Modena, Castelfranco, Nonantola, Bomporto, Soliera, San Prospero, Bastiglia e Mirandola, grazie anche a collaboratori di giustizia come Domenico Bidognetti. E ci sono stati arresti importanti come quelli di Pasquale Zagaria e Raffaele Diana. Ma non sono bastati a togliere di mezzo un’organizzazione criminale, come quella dei casalesi, abituata a reggere l’urto, pronta a piegarsi quando “passa la china” e altrettanto lesta ad alzare la testa, appena le condizioni lo riconsentono. Ormai, in Emilia la mafia del 12 Mafia_Emilia 21-09-2010 13:39 Pagina 12 cemento ha messo le mani su molti cantieri, estorce denaro ai commercianti, gestisce quasi in regime di monopolio il settore dei trasporti privati, garantisce la manodopera “fidata” nei cantieri, impone l’acquisto di macchinari o materiale edile e investe nelle bische clandestine, nelle strutture ricettive e nella ristorazione. Nel 2002 un’impresa di costruzioni legata ai Nuvoletta di Marano riuscì ad aggiudicarsi tre gare d’appalto, un esempio di intervento diretto della camorra nei business istituzionali della regione. La crisi economica che sferza l’economia mondiale l’ha sfiorata appena.
Anzi rischia addirittura di gonfiare i suoi affari grazie all’acquisizione di aziende in difficoltà e di ristoranti in sofferenza, sul baratro dell’usura. Le mafie radicate in Emilia sono sempre più aggressive, sfrontate e sfacciate, capaci di costruire relazioni sociali con politici e imprenditori locali, ma soprattutto di muovere flussi di denaro enormi, servendosi di prestanome, uomini cerniera che non sempre arrivano dal Sud. I casalesi continuano a fare soldi con il cemento e con i videopoker, ma forse anche facendo la cresta sul giro della cocaina, grazie ai rapporti con le ’ndrine calabresi. Reggio Emilia è diventata il salvadanaio della ’ndrangheta, la Los Angeles emiliana, dove si contano migliaia di appartamenti sfitti che nessun costruttore ha fretta di occupare o di vendere e dove le ’ndrine si industriano per giustificare la ricchezza prodotta con mille traffici. Anche qui la ’ndrangheta è arrivata con il soggiorno obbligato, ma non ha fatto fatica ad ambientarsi.
Oggi l’Emilia Romagna è la quarta regione del Settentrione per numero di beni confiscati alle mafie. L’allarme era stato lanciato nel 2009 da Mario Spagnuolo, allora procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, parlando di una economia, quella emiliana, seriamente in pericolo. «I clan calabresi, utilizzando il sistema delle pic- 13 Mafia_Emilia 21-09-2010 13:39 Pagina 13 cole imprese e delle cooperative di lavoratori, ingeriscono sul sistema dell’edilizia privata, tenendosi però alla larga dagli appalti pubblici che sono invece soggetti a controlli maggiori». Alla ’ndrangheta, alla camorra e alla sacra corona unita (sessantatré famiglie tra cosche e clan presenti in Emilia Romagna), negli ultimi tempi, si sono aggiunte altre organizzazioni criminali, di provenienza comunitaria ed extracomunitaria, che si muovono soprattutto nel traffico e nello spaccio di stupefacenti. Anche Legambiente è andata giù pesante, definendo l’Emilia Romagna come «un’area particolarmente interessata da imponenti traffici illeciti di rifiuti industriali, da escavazioni abusive lungo i corsi d’acqua a cominciare dal Po, e da un pullulare di attività edilizie in mano a ditte riconducibili ai clan camorristi o della ’ndrangheta che servono ad accumulare e riciclare denaro». Leggendo il bel libro di Sara Di Antonio mi passano davanti dieci anni di denunce inutili. Quando ci accusavano di esagerare.
Pronunciare la parola mafia, ’ndrangheta o camorra era impossibile, pochi volevano saperne della realtà mafiosa in questo angolo d’Italia. Il problema era costituito dai cinesi, dai russi, schegge impazzite in un corpo sano. Eppure, in Emilia, da tempo, le mafie non hanno solo il volto di imprenditori senza regole, furbi e di talento, ma anche di uomini feroci e spietati. Come quelli che da Granarolo volevano partire per annientare una famiglia di ’ndrangheta, da tempo stabilitasi a Reggio Emilia. Li volevano sterminare “pari pari”; cioè tutti senza distinzione di sesso e di età, solo perché si erano schierati dalla parte sbagliata in una guerra che aveva messo contro due clan di Rosarno, in Calabria. Gente che non conosce altra 14 Mafia_Emilia 21-09-2010 13:39 Pagina 14 fede che quella del denaro. Basta seguire il percorso delle imprese edili e la sofferenza di molti migranti dell’agro aversano o del cutrese, vessati dai loro compaesani, per rendersi conto della pervasività di certe mafie. È il cemento che lega Nord e Sud, benessere e disperazione, sangue arterioso di una economia che non conosce confini. Ed è grazie al cemento che molti clan hanno messo radici, grazie alla sudditanza di certi politici che non hanno disdegnato i favori dei mafiosi. In molte intercettazioni si sente spesso parlare di “cavallucci” che sono saliti, in riferimento a candidati sostenuti dalle cosche e di enormi travasi di voti da uno schieramento all’altro, senza nessuna logica di partito o di appartenenza.
Ma il silenzio è spesso totale e colpevole. L’idea è di fare passare l’anomalia italiana delle cinque mafie come scarti di periferia, aiutati spesso dalla nausea di una classe intellettuale distante da questi meccanismi e da una classe politica che quando non ne è invischiata non riesce più a comprenderne le dinamiche. I personaggi di questo libro – La mafia in Emilia – hanno la capacità e la forza di vedere dove tutti gli altri guardano. Molte cose stanno cambiando, le istituzioni hanno cominciato a mobilitarsi, nelle scuole si parla sempre più di legalità, grazie anche a calabresi onesti e coraggiosi, come Rosa Frammartino e ad emiliani lungimiranti come Mauro Ponzi. Ma ancora c’è molto da fare. Sara Di Antonio ci racconta un’Emilia che deve fare i conti con cantieri e intrecci, avidità e speculazioni, droga e denaro sporco. E ce la racconta con coraggio. Senza veli, senza paura di screditarla. Perché, come diceva Giovanni Giolitti, «un sarto che deve tagliare un abito per un gobbo, deve fare la gobba anche all’abito». Antonio Nicaso



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