Valerie, l'unica donna che può contraddire Obama
Durante la campagna presidenziale americana, Valerie Jarrett non aveva incarichi ufficiali nello staff di Barack Obama: era definita “senior advisor”, il più stretto consigliere del candidato democratico. Sono stati i giornalisti a trovarle titoli più consoni, come “first friend”, “Grande Sorella”, “l’altra metà del cervello di Obama”, l’“arma segreta”. Soprannomi che a nessuno sembrano esagerati, a cominciare dallo stesso presidente eletto, che di Valerie ha detto: “Mi fido completamente di lei”. Barack Obama l’ha dimostrato non quando ha affidato a Valerie la co-presidenza della sua squadra di transizione, né quando ha annunciato che sarà suo consigliere alla Casa Bianca per i rapporti intergovernativi, bensì nell’autunno nel 2007, nel pieno della lotta per la nomination democratica: allora Obama era venti punti dietro Hillary Clinton e gli esperti cominciavano a darlo per spacciato. Chiamò Valerie e la coinvolse sia nelle decisioni strategiche, sia nei dettagli dell’organizzazione. Il resto è storia. 
Valerie Jarrett
“E’ un caro amico, farei qualunque cosa per lui”, dice Valerie, che ha conosciuto Barack Obama quando era ancora il fidanzato di Michelle Robinson. Era il 1991 e Valerie, laureata in psicologia e in giurisprudenza, aveva lasciato pochi anni prima la carriera di legale d’impresa per la pubblica amministrazione: aveva lavorato per Harold Washington, il primo sindaco nero di Chicago, e poi per il suo successore Richard Daley, e in quel periodo, come capo dello staff, aveva assunto Michelle come assistente del sindaco. Così comincia l’amicizia con Michelle e con Barack, di cui diventerà negli anni il mentore, nonostante abbia solo cinque anni più di lui.
La sua famiglia è afro-americana e lei è nata casualmente in Iran, a Shiraz, dove suo padre dirigeva un ospedale per bambini. Lì Valerie ha trascorso i primi sette anni di vita, “tutti con ricordi molto felici”, precisa: “Gli iraniani ci consideravano americani, non “neri americani”. Non ho avuto la consapevolezza della razza fino a quando non siamo tornati negli Stati Uniti.” La sua famiglia, del resto, è sempre stata in prima linea per abbattere nei fatti i pregiudizi razziali: il suo bisnonno fu il primo afro-americano a laurearsi al MIT di Boston, il nonno il primo nero a capo della Chicago Housing Authority (l’ente per l’edilizia pubblica) e suo padre il primo primario nero al St. Luke Hospital di Chicago.
Valerie è l’unica persona (a parte la moglie Michelle) che è capace di parlare chiaro a Barack Obama, di dirgli quello che gli altri consiglieri non osano dire, di contraddirlo, se è il caso. “Dice di no senza mai alzare la voce, senza perdere la calma”, commenta un suo ex collega avvocato, “e lo sa fare in un modo così professionale che il più delle volte non ti accorgi nemmeno che ti ha detto di no.” Ma naturalmente questo non è il caso di Barack e Michelle Obama: “Li conosco bene tutti e due, so che cosa li fa essere quello che sono. Io sono una cassa di risonanza”, conclude Valerie. L’elenco delle sue qualità, stilato dai suoi ammiratori, è interminabile: sincera, leale, discreta, disciplinata, sicura di sé, protettiva, e naturalmente piena di conoscenze importanti. Secondo i detrattori (pochi), è questa invece la sua dote principale, che si tradurrebbe spesso in un difetto: dicono che sia molto selettiva nelle conoscenze, interessata solo a persone che frequentano ambienti esclusivi, e che questo la renda fredda e altezzosa.
Ma nessuno mette in dubbio la sua assoluta lealtà a Barack Obama e il suo impegno nei due nuovi incarichi che il presidente eletto le ha assegnato. Valerie li affronta come sempre, con la sua calma proverbiale e la sua determinazione, come quando ha preso in mano la difficile campagna elettorale di Obama: mai perdere di vista l’obiettivo, prima di averlo raggiunto. Nell’agosto scorso, quando la CBS le chiese se pronosticava la vittoria presidenziale per Obama, rispose: “Non posso ancora pensarci, è una distrazione e il senatore Obama ci ha chiesto di rimanere concentrati. E come dice Michelle, non correre troppo.”
Marialetizia Mele



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