Femmine/ “Save Anna”.Anna Wintour, la potente direttrice di Vogue America, che dopo vent’anni alla guida della rivista rischia di perdere il posto...
L’immagine è il suo volto in stile pop-art, con l’inconfondibile caschetto di capelli e gli immancabili occhiali da sole; lo slogan è conciso ed efficace: “Save Anna”. “Anna” è ovviamente Anna Wintour, la potente direttrice di Vogue America, che dopo vent’anni alla guida della rivista e della moda mondiale rischia di perdere il posto, complici le vendite in calo e un contratto in scadenza. 
Anne Wintour
Così il grafico americano Chris Sauve ha creato il logo “Save Anna”, invitando a stamparlo sulle T-shirt e a usarlo nel profilo su Facebook: “Abbiamo salvato Britney, possiamo salvare Anna”, sostiene. Più che un’accorata campagna di solidarietà, suona come una sarcastica presa in giro della (finora) temutissima Anna Wintour, di cui molti staranno aspettando la caduta: dagli stilisti italiani, che, a eccezione di Miuccia Prada, furono esclusi dal novero dei “magnifici sette” che Anna pubblicò tre anni fa, a Hillary Clinton, che nel gennaio scorso, durante la campagna presidenziale, ebbe l’ardire di rifiutare una copertina di Vogue, perché temeva di dare un’immagine “troppo femminile”. Anna pubblicò un editoriale di fuoco contro l’ex first lady, accusandola di essere retrograda: “Questa è l’America, non l’Arabia Saudita, e siamo nel 2008”.

Nessuno, prima di Hillary Clinton, aveva osato dire di no ad Anna Wintour, nemmeno i suoi genitori: Anna ha sempre fatto di testa sua fin da quando era piccola e ha sempre avuto un’unica idea fissa, la moda. Suo padre, direttore del quotidiano inglese Evening Post, chiedeva consiglio a lei per le copertine dedicate ai giovani; a quattordici anni sfidava le rigide regole del liceo privato che frequentava a Londra, indossando gonne corte e portando i capelli a caschetto, lo stesso taglio che diventerà il suo simbolo. A metà degli anni ’60 la teenager Anna è una protagonista della Swingin’ London, conosce tutti i locali che contano, non manca mai un’inaugurazione: “Andrebbe anche all’apertura di una busta”, dicono di lei gli amici. Finita la scuola, al posto dell’università sceglie un periodo di tirocinio nei grandi magazzini Harrods; i genitori la iscrivono a un corso per stilista, ma lei lo giudica del tutto inutile: “O sai cos’è la moda, o non lo sai”.
Comincia a lavorare al mensile Harper’s Bazar e grazie a un’ex collega incontra l’allora direttore di Vogue America, Grace Mirabella, che le chiede che lavoro vorrebbe fare: “Il suo”, risponde Anna, e il colloquio finisce bruscamente. Ma è solo questione di tempo, perché nel 1988 Vogue licenzia Mirabella e chiama come direttore proprio Anna, che era già a capo dell’edizione inglese della rivista. Da vent’anni è lei che detta legge, lancia le nuove tendenze e sancisce il successo o la fine degli stilisti, che temono le sue celebri vendette, come quando si presentò al party di Giorgio Armani al Moma di New York indossando uno Chanel giallo in sfregio allo stilista, reo di aver organizzato l’evento senza averla consultata.
Le sue manie sono leggendarie: il cappuccino che pretende bollente (e che poi spesso non beve), la scrivania sempre perfettamente sgombra, le tre assistenti a tempo pieno che devono scattare a ogni suo comando. Non toglie mai i suoi occhiali da sole, non entra negli ascensori se ci sono altre persone, ricicla puntualmente gli innumerevoli regali che riceve (e per i quali non ringrazia mai). La sua giornata non conosce imprevisti: sveglia alle 6, in ufficio alle 8 (dopo tennis, parrucchiere e trucco), mai a letto dopo le dieci e mezza di sera, perché, anche quando va ai party, Anna non si concede mai più di venti minuti. Lo sanno bene gli stilisti, che spesso fanno i salti mortali per averla alle loro sfilate, perché Anna detesta i calendari troppo affollati.
Detesta probabilmente (ricambiata) anche Carine Roitfeld, direttrice di Vogue Francia, data come sua possibile sostituta e diversa da lei in tutto. Ma c’è chi dice che la stessa Anna stia scegliendo a chi lasciare il potere. La regina Wintour non si fa licenziare, piuttosto abdica.
Marialetizia Mele



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