Femmine/ Milena, lo tsunami del giornalismo
Ha detto di lei Giorgio Bocca: “E’ l’ultima giornalista che fa inchieste vere”, e anche questa volta Milena Gabanelli ha mantenuto le promesse. Prima ancora di andare in onda, la nuova serie di Report si è annunciata con un’inchiesta su Alitalia che ha provocato un mezzo terremoto politico, con il ministro dell’Economia che ha minacciato le dimissioni e il governo di fatto costretto a modificare il decreto Alitalia. Report, che ha scoperto nel decreto la norma “salva manager” di cui nessuno si era accorto, ha fatto quello che fa sempre: “Approfondiamo argomenti che non capiamo e che ci piacerebbe capire meglio”, dice Milena Gabanelli. 
Milena Gabanelli
Sembra facile, detto così, ora che Milena è diventata il simbolo del giornalismo d’inchiesta televisivo e guida una squadra di dieci giornalisti, in un programma di prima serata con ottimi ascolti. Era tutt’altro che scontato nel 1997, quando Report prese il via su Raitre in tarda serata, tra le 23 e mezzanotte: un programma di nicchia, condotto da una freelance che aveva lanciato in Italia il videogiornalismo, ovvero i giornalisti con le videocamere in spalla, che realizzavano inchieste a proprie spese. E’ quello che la stessa Milena già faceva da tempo, prima girando il mondo nelle zone di guerra, poi lavorando per “Speciale Mixer” di Giovanni Minoli, che le affida un programma sperimentale, “Professione Reporter”, dedicato appunto ai servizi dei videogiornalisti indipendenti. Da lì è nato Report e la squadra con cui Milena ha lanciato un modo di fare informazione del tutto inedito per la televisione italiana: gli autori sono collaboratori che producono da soli le proprie inchieste e le vendono alla Rai, senza passare per società esterne; così i costi si abbattono e su ogni argomento il giornalista può fare un lavoro più approfondito, anche di tre o quattro mesi.
A 54 anni, lei stessa è ancora una freelance, per un motivo molto semplice: “Nessuno mi ha mai proposto un’assunzione.” Ma non sembra sentirne la mancanza, anche perché gode di un privilegio non indifferente: altri autori televisivi si affannano a inseguire i gusti del pubblico e i dati Auditel, “noi non ci poniamo di questi problemi”, dice tranquillamente, “scegliamo gli argomenti sulla base della nostra curiosità”; e gli ascolti arrivano, grazie a un pubblico fedelissimo. La formula funziona, e lo dimostrano non solo i telespettatori e i numerosi premi vinti, ma soprattutto la sfilza di querele arrivate negli anni, segno che le vere inchieste sono sempre “scomode”: “Per fare questo lavoro devi essere puro, non puoi essere amico di nessuno”, sottolinea Milena. Dai servizi di Report sono scaturite anche inchieste giudiziarie, come quella sulla cessione della società telefonica Wind. In redazione arrivano continuamente richieste di sponsorizzazione di comitati di cittadini, ma vengono sempre rifiutate, perché vorrebbe dire appoggiare degli interessi e danneggiarne altri; si leggono invece tutte le proposte dei telespettatori (“anche 500 al giorno, quando andiamo in onda”), per capire quali sono i temi più caldi.
Nonostante abbia fatto scuola con il suo videogiornalismo (e molto prima che si cominciasse a parlare di citizen journalism), nonostante il successo di Report e gli innumerevoli riconoscimenti, a differenza di molti colleghi giornalisti Milena Gabanelli appare in tv solo nel suo programma: “Mi sopporto poco, mi dà fastidio rivedermi, evito le ospitate.” E’ la sua debolezza, quella di non amare la propria immagine, al punto da dichiarare spesso che nessuno la ferma per strada, probabilmente perché non la riconoscono: “Il video non mi rende giustizia, di persona sono molto peggio.”



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