E’ il voto, bellezza!
E’ facile adesso dire che le elezioni di mezzo termine, quelle che cadono in corso di mandato, massacrano chi è al potere, soprattutto se l’economia non tira; ricordare che è toccato recentemente a Zapatero e ad Obama, e anche ad Angela Merkel. Ma perché allora giocarsi tutto sulle ruote di Milano e Napoli, come ha fatto Berlusconi lanciando – contro se stesso, si può dire a questo punto – l’ennesimo referendum sulla leadership. Anche da noi si è riscontrato che il gioco è rischioso: Massimo D’Alema, nel 2000, perse Palazzo Chigi alla roulette delle regionali; aveva detto che in caso di perdita se ne sarebbe andato, e mantenne la parola. Berlusconi ha giocato in prima persona e ha perso; nessuno lo costringeva all’azzardo, dopo che era sfumato l’agguato di Fini con il voto di fiducia del 14 dicembre, e lui si era persino rilanciato a suon di Responsabili. Stupisce un errore così da parte di chi mangia pane e sondaggi, anzi più sondaggi che pane. Possibile che nessuno gli avesse segnalato che alzare la posta su Milano gridando ai quattro venti “salvate il soldato Berlusconi!” poteva trasformarsi nel più clamoroso degli autogol?
C’era proprio bisogno di andare a sbattere contro Pisapia e De Magistris per rendersi conto che la “spinta propulsiva” del suo carisma di imprenditore di successo passato alla politica si era esaurita? Basta guardarsi attorno per convincersi che prima o poi gli elettori si stancano, cambiano opzioni. Usano la facoltà che il voto democratico offre, lo impugnano come un corpo contundente. E’ la differenza con le dittature. Quaranta anni fa Gheddafi interpretava l’orgoglio e il riscatto dei libici. Stagione trapassata; ma per togliere di mezzo i despoti serve quasi sempre la forza; guerre o rivoluzioni. In democrazia basta il voto, che non è violento ma può essere spietato, perché gli elettori si permettono il lusso di essere volubili, persino ingrati: è un loro diritto. A Churchill voltarono le spalle dopo la guerra vittoriosa. Altri grandi come De Gaulle, Kohl, Thatcher e Blair hanno lasciato in tempo, prima che il consenso declinasse. Negli USA è diverso: il limite di due mandati presidenziali previene la stanchezza dell’elettorato.
Da noi Centrodestra e Berlusconi negli ultimi 18 mesi sono rimasti in sella più per la debolezza degli avversari che per forza propria. Il voto disponibile era questo di maggio; un altro sarà ai referendum. Che il governo Pdl-Lega avesse perso il suo fascino era lampante, riconoscibile nella stanchezza di un elettorato lontano dagli entusiasmi dei bei tempi. Anche il bunga bunga ha pesato: al netto dei moralismi e dell’incerto esito dei processi, rimane certo che a Palazzo Grazioli e ad Arcore, quando le luci restavano accese fino a tardi, non era perché si stesse lavorando alle riforme e ai destino del Paese. Tra le doti di un leader c’è quella di capire quando la propria stella comincia a declinare. La tenacia è una virtù; ma portata all’estremo si trasforma in ostinazione. Ne vedremo sicuramente esempi nei prossimi mesi. Non farà bene né al centrodestra né al Paese.



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