Primavera araba, o autunno della democrazia?
Di Marco Volpati
Dopo dieci anni gli USA e il mondo hanno metabolizzato l’11 settembre: l’escalation temuta non si è verificata, e Bin Laden non c’è più. L’allerta resta, e funziona. Ma poi? Possiamo essere certi che ci sia un futuro per la democrazia liberale di scuola occidentale, quella che prevale in Europa, Americhe, Australia e Nuova Zelanda, Giappone e anche India? Oppure, dopo decenni di espansione, pensiamo che sarà destinata a decadere fino a scomparire?
L’idea di un continuo progresso civile dell’umanità, pur tra battute d’arresto e temporanei arretramenti – fascismo, nazismo, comunismo sovietico – è un puro atto di fede senza riscontri. Prendiamo la “primavera araba”. Chi può dire che i vari sommovimenti porteranno verso qualche forma di democrazia? Esperimenti imposti dall’esterno come in Iraq e Afghanistan sono falliti. Partendo dall’interno, come negli accadimenti di quest’ultimo anno, le cose andranno meglio? Nessuno può giurarlo.
Finora l’idea islamica, radicata nel mondo arabo, in Africa e in parte dell’Asia, tende a privilegiare autoritarismo, negazione della libertà di coscienza e dell’autonoma scelta in materia di religione, negazione di diritti alle donne, agli omosessuali e minoranze varie.
C’è un altro polo in espansione: la Cina, o meglio i cinesi. Dentro e fuori i confini arrivano a un miliardo e mezzo di persone, più del 20 per cento dell’umanità. E sembra che tutti, o quasi, condividano un concetto di supremazia che attende solo di concretizzarsi; quella di un cultura più antica della occidentale, e più innovativa (primi con la stampa, gli esplosivi, la seta, persino gli spaghetti). Si ha la sensazione che tutti insieme pensino che, soltanto per un accidente della storia che presto sarà superato, negli ultimi secoli del Secondo millennio la violenza dell’Occidente sposata alla tecnologia abbia oscurato il primato cinese, destinato alla lunga a prevalere. Quel primato porterebbe con sé quasi le stesse costanti del mondo islamico: autoritarismo, negazione della libertà di coscienza, cancellazione di ogni libertà religiosa e culturale. Qualche voce di dissenso c’è, ma non risuona: mai esistito un premio Nobel represso in patria che fosse poco noto e sostenuto nel mondo come Lin Xiao Bao. Notizie di segregazioni disumane come quella di Chen Guangcheng, l’avvocato cieco agli arresti con tutta la famiglia per aver denunciato gli aborti forzosi di massa, squarciano per quarantott’ore l’indifferenza generale, poi scompaiono.
Due probabilità su tre: a lungo andare, quando come dice Keynes noi saremo tutti morti (ma i nostri discendenti no) o la democrazia occidentale si sarà ripresa dalla crisi, oppure prevarrà uno dei due modelli alternativi in gara. Una scelta tra la peste e il colera.



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