Perché la privacy non è più un valore
Assange con Wikileaks infrange le leggi di mezzo mondo, preoccupa i governi, e ciò nonostante appare piuttosto come un vendicatore dell’uomo della strada che un pericoloso terrorista informatico. Qualcosa di simile si verifica in Italia con le intercettazioni rese pubbliche, anche se la rivelazione di particolari conversazioni senza rilievo per la giustizia va sicuramente contro spirito e lettera dell’articolo 15 della Costituzione: La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge. Pochi dubbi che molto delle trascrizioni che leggiamo ogni giorno non rientri tra le limitazioni che un’esigenza di giustizia renderebbe ammissibili.
Tuttavia, quando Berlusconi dice che gli Italiani si sentono spiati e violati ogni volta che impugnano un telefono, non intercetta affatto il sentimento generale; infatti tutti i sondaggi dimostrano che la gente preferisce sapere.
Poco importa, in sostanza, chi sia a infrangere le vecchie regole di privacy, riserbo o segreti di stato. Non è la voglia insana di spiare e origliare, ma l’esigenza della massimizzazione del controllo su chi governa.
Le democrazie odierne sono diversissime dagli antichi modelli di Atene, dei comuni medievali o della Svizzera dei primi cantoni. Non c’è più nulla di immediato nel rapporto tra elettori ed eletti; tutto è mediato, complicato e manipolabile. Per questo i confini del privato si sono spostati fino a scomparire. Il cittadino elettore pretende di sapere tutto dei propri rappresentanti; questo non vuol dire che se scoprirà vizi privati volterà le spalle al proprio leader. Fuori dal generico: non è detto che tutti gli Italiani debbano pensarla come il cardinal Bagnasco; molti non considerano Berlusconi “inadatto a governare” in conseguenza dei suoi costumi personali. Ciascuno individua chi gli piace o dispiace, chi lo rappresenta e chi no; ma prima di scegliere vuole sapere.
Si può certo obiettare che in un passato non molto lontano le cose andavano diversamente. John Kennedy ha goduto di una privacy che non è toccata ai loro successori (Clinton). Più vicino a noi, una vasta aneddotica postuma su Gianni Agnelli sembra dimostrare che le sue frequentazioni fossero simili a quelle di Berlusconi. Ma con due differenze: in epoca recente sono scomparsi gli spazi di retroscena, tanto che oggi tutto è ormai visibile e in luce in tempo reale; e poi Agnelli, potente e carismatico quanto si vuole, era uomo d’azienda, non soggetto al voto dei cittadini; semmai a quello, molto meno suscettibile, degli azionisti.
Un detto popolare, cinico e greve, afferma che “comandare è meglio che fottere”. Per secoli le due cose non sono state in netta alternativa; forse lo sono diventate ai nostri giorni. Annullare per legge il bisogno della gente di soppesare in tutti gli aspetti, pubblici e privati, personalità e comportamenti di chi chiede il voto è solo un sogno passatista. Come la nostalgia di una società senza radio, telefoni, televisione e internet.


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