Bersani e la tartaruga
Mercoledì, 28 ottobre 2009 - 19:53:00
Bersani ha fretta di dettare l'agenda del Partito Democratico e segnare la svolta rispetto all'era poco fortunata di Veltroni e Franceschini. Walter però non ci sta, e si cava qualche sassolino dalle scarpe. E' convinto che tornare a formule socialiste o socialdemocratiche sia una scelta suicida per una sinistra riformista al passo col secolo Ventunesimo.
Per lui il PD doveva (e deve ancora) buttarsi alle spalle le ideologie del Novecento, e perseguire la "vocazione maggioritaria". Anche se è stata fulminata alla prova di esordio delle elezioni 2008.
È fuor di dubbio che la vittoria di Bersani affondi le radici nello zoccolo duro del vecchio PCI, poi trasformato in PDS e in DS. Il suo programma sembra quello di ripartire da alcune certezze: i vecchi compagni rimasti fedeli alla tradizione di quello che è stato il più forte e moderno partito comunista dell'Occidente; e l'esperienza a suo tempo vittoriosa dell'Ulivo guidato da Romano Prodi.
Quelli che furono i comunisti italiani fanno venire in mente l'apologo di Achille e della tartaruga: per quanto corra, arriverà sempre con un piccolo ritardo al punto dove adesso si trova la tartaruga, e così non riuscirà a raggiungerla. Per decenni il PCI si è sentito dire dai riformisti - prima da Saragat e poi da Craxi - che per stare in gioco avrebbero dovuto archiviare i sogni leninisti e convertirsi alla socialdemocrazia. Una storia che è andata avanti per più di 50 anni. Quando finalmente D'Alema, Bersani e gli altri eredi di Togliatti si sono convinti, ecco che qualcuno gli spiega che il socialismo è roba d'antiquariato. Tanto è vero che in Germania, Gran Bretagna e in tutta Europa (unico Paese in controtendenza la Grecia), i socialisti perdono terreno e rischiano di perdere storia e identità.
Forse ad Achille-ex PCI difetta lo scatto; forse è soltanto sfortuna. Certo che arrivare tutte le volte proprio quando le feste sono appena finite è un destino davvero beffardo.



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