Amanda come Pacciani

Mercoledì, 5 ottobre 2011 - 11:14:19

Di Marco Volpati

Dopo la sentenza di Perugia l’America esulta, l’Inghilterra è delusa, e gli Italiani si dividono. Tutto come era immaginabile. All’opinione pubblica e ai commentatori che dagli Stati Uniti puntano il dito contro la lentezza e la contraddittorietà della giustizia italiana, e ricordano che la presunzione di innocenza – quella vera – imporrebbe di dichiarare qualcuno colpevole se risulta tale al processo “contro ogni ragionevole dubbio”, non pochi di noi replicano con il caso di Troy Davis, mandato a morte vent’anni dopo la sentenza, nonostante molti testimoni avessero ritrattato le accuse di omicidio. In sostanza: meglio incertezze e contraddizioni, che condanne sbrigative che non sono quasi mai rimesse in discussione, e portano all’uccisione del condannato.
 

Tutto vero. Però il caso di Amanda e Raffaele segnala che qualcosa da modificare esiste anche nel sistema giudiziario italiano. E non ha a che fare con il lavorio continuo su “processo breve”, “processo lungo”, ampiezza delle intercettazioni e loro pubblicabilità; e con tutte le questioni “ad personam” che hanno tenuto impegnati in questi anni la politica, il Parlamento, il CSM e l’ANM.


Il caso di Perugia richiama alla mente un altro caso di clamoroso "ribaltamento" di giudizio: quello di Piero Pacciani, accusato di essere il Mostro di Firenze, condannato all’ergastolo per sette omicidi nel ’94, poi assolto in appello e messo in libertà due anni dopo. Della vicenda si occupò, ovviamente, anche la Cassazione, stabilendo che il processo era da rifare; ma la morte dell’imputato avvenuta nel ’98 fermò la giostra della giustizia.
Adesso su Perugia, naturalmente, non è finita. La Cassazione dirà la sua, e potrà riaprire il caso (come legittimamente sperano i familiari di Meredith). Si potrebbe andare avanti per anni e anni. Magari raggiungere i record di Piazza Fontana (otto processi se calcolo bene), la strage di Brescia (mi pare cinque). La Strage di Bologna è stata liquidata più rapidamente, con tre processi e due sentenze di Cassazione, per un totale di 15 anni. Alla fine, comunque, per Milano, Brescia e Bologna le certezze sono poche, e i dubbi restano.
 

Si obietta che è la nostra Costituzione a stabilire tre gradi di giudizio. Forse però il sistema dei rimpalli si potrebbe evitare. O anche modificare la Carta in questo punto; come propose una volta Giulio Andreotti (prima di essere imputato e processato per mafia).

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