A scuola senza le quote crescono i ghetti

Martedì, 15 settembre 2009 - 12:36:00

Negli USA negli anni '70 i più impegnati sostenitori della politica di integrazione razziale e di abbattimento delle discriminazioni a danno della popolazione nera si inventarono una soluzione, il busing. Convinti che le barriere tra le etnie potessero cadere soltanto se bianchi e neri fossero andati a scuola insieme, imposero - non senza incontrare qualche opposizione, anche violenta - che le scuole fossero davvero "miste" dal punto di vista razziale. E poiché bianchi e neri abitavano in quartieri diversi, la misura pratica era spostare in autobus ( di qui la parola busing) una parte degli allievi.

E' una storia che andrebbe ricordata a tanti che un anno fa se la presero col ministro Gelmini quando parlò per la prima volta di un tetto del 30 per cento di figli di stranieri nelle classi. E oggi ripartono lancia in resta contro questa idea, senza tenere conto che quando si supera il 50 per cento di stranieri diventa incontrastabile la fuga dei bambini italiani. Famiglie razziste? Non diciamo castronerie. E' naturale, inevitabile, che a scuola gli insegnanti concentrino le loro attenzioni su chi è più in difficoltà. Se i figli di immigrati sono il 70, o l'80 o anche il 90 per cento, a chi ha già imparato l'italiano in famiglia non ci si potrà dedicare gran che. Ecco perché la fuga.

Ovviamente tutto finisce in politica nel modo peggiore: un ministro ha sempre ragione per i partigiani della maggioranza, sempre torto per chi tifa per l'opposizione. Eppure sarebbe molto semplice: dare la parola alle famiglie straniere con un sondaggio. Risponderebbero che l'unico modo per ambientare bene i loro figli nella società italiana non è lasciarli dove si trovano, ma inserirli in classi dove i bambini di madrelingua italiana sono tanti. Semplice ma improbabile: volete mettere una bella polemica infinita tra Repubblica e Unità da una parte e Giornale e Libero dall'altra?

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